Tra le due sponde dello Stretto torna a muoversi un progetto culturale che sceglie di non concentrarsi in un solo edificio, né in una sola città. La terza edizione della Biennale dello Stretto prende il via il 18 settembre e proseguirà fino al 13 dicembre 2026, distribuendo mostre, incontri e momenti pubblici tra Calabria e Sicilia. Le giornate inaugurali, in programma fino al 22 settembre, coinvolgono Reggio Calabria, Campo Calabro e Messina, in un’area in cui la distanza geografica è minima ma le relazioni urbane, infrastrutturali e amministrative restano complesse.

Il tema scelto per questa edizione è Mutazioni. Non indica una trasformazione puntuale o un singolo intervento di rigenerazione, ma una condizione continua: quella di territori investiti da cambiamenti ambientali, demografici, economici e culturali. La Biennale usa dunque l’architettura non soltanto come disciplina chiamata a produrre edifici, ma come lente per osservare ciò che accade ai paesaggi abitati e alle comunità che li attraversano.

La direzione è affidata ad Alfonso Femia, ideatore della manifestazione e presidente della Fondazione Le Città del Futuro, affiancato dalla paesaggista Annalisa Metta, docente all’Università Roma Tre, e dall’antropologa e architetta marocchina Salima Naji. La composizione del trio chiarisce l’ambizione del programma: mettere in relazione progetto, paesaggio e pratiche sociali, evitando una lettura esclusivamente formale dell’architettura.

Lo Stretto come territorio, non come margine

Il valore della Biennale sta anzitutto nella sua collocazione. Lo Stretto di Messina viene spesso raccontato attraverso grandi infrastrutture, emergenze territoriali o la separazione fra continente e isola. Un evento di architettura che si muove fra le due rive può invece riportare l’attenzione su una dimensione meno astratta: quella di un sistema urbano e paesaggistico fatto di città affacciate sul mare, centri minori, collegamenti quotidiani, coste, rilievi e patrimoni costruiti.

In questa prospettiva, parlare di Mediterraneo non significa trattarlo come uno sfondo identitario. La Biennale intende interrogare la sua centralità nel presente, mettendo a confronto il contesto calabrese e siciliano con questioni più ampie: il modo in cui mutano i luoghi abitati, la capacità delle città di adattarsi, le conseguenze dei cambiamenti sui paesaggi e il rapporto tra patrimonio esistente e nuove esigenze collettive.

È un’impostazione rilevante anche per chi osserva le politiche urbane. Le trasformazioni territoriali raramente rispettano i confini comunali o regionali: mobilità, pressione sulle coste, spopolamento di alcune aree, fragilità ambientale e accesso ai servizi costruiscono problemi che chiedono visioni coordinate. La scelta di articolare la manifestazione su entrambe le sponde rende visibile questa scala di lavoro, pur senza trasformare la Biennale in una sede decisionale o in un piano per il territorio.

La mostra al Forte Batteria Siacci

Il principale progetto espositivo della terza edizione si intitola anch’esso Mutazioni e trova spazio al Forte Batteria Siacci, a Campo Calabro. La scelta di un’antica struttura militare come sede espositiva sposta l’attenzione anche sul riuso degli spazi esistenti. Non è un dettaglio scenografico: edifici e complessi nati per funzioni ormai superate pongono una domanda concreta alle città contemporanee, cioè come attribuire loro nuove funzioni senza cancellarne la storia e senza ridurli a contenitori occasionali.

La mostra nasce da un percorso curatoriale condiviso, coordinato dai direttori e sviluppato con un gruppo di curatori provenienti da ambiti, generazioni e competenze differenti. Ne fanno parte, tra gli altri, Gaetano di Gesu, Daniele Durante, Alessandra Ferrari, Ico Migliore, Filippo Pagliani, Michele Rossi, Michele Versaci, Federico Parolotto, Delia Valastro, Paolo Verri, Marco Introini, Angela Pellican, Teodora Malavenda, Pasquale Piroso e Francesco Alati.

Questa pluralità è coerente con il tema. Le mutazioni di cui si occupa la Biennale non possono essere affrontate soltanto con gli strumenti dell’architetto: richiedono lo sguardo di chi lavora sul paesaggio, sulla cultura, sulla fotografia, sull’organizzazione degli eventi e sulle dinamiche territoriali. Il rischio di un programma così ampio è naturalmente la dispersione; la misura dell’edizione dipenderà dalla capacità di far emergere connessioni leggibili tra i diversi contributi e tra le sedi.

Un calendario lungo oltre l’inaugurazione

Le cinque giornate iniziali costituiscono l’avvio pubblico della manifestazione, non il suo intero perimetro. La Biennale resta aperta fino a dicembre, scegliendo un tempo esteso rispetto alla concentrazione abituale dei festival. È una decisione che può favorire una fruizione meno compressa, soprattutto in un territorio nel quale gli spostamenti tra sedi e città richiedono organizzazione e nel quale la continuità del pubblico non può essere data per scontata.

La durata, però, attribuisce alla programmazione una responsabilità ulteriore. Per incidere nel dibattito urbano, un’iniziativa culturale deve riuscire a rimanere accessibile oltre il momento inaugurale: coinvolgere chi abita l’area, produrre occasioni di confronto e lasciare materiali, relazioni o questioni che possano essere riprese dopo la chiusura. L’architettura, quando viene esposta fuori dai circuiti strettamente professionali, diventa utile soprattutto se aiuta a comprendere decisioni che riguardano la vita quotidiana: dove si costruisce, come ci si muove, quali spazi restano pubblici, quale futuro viene immaginato per i territori fragili.

La Biennale dello Stretto non sostituisce le istituzioni che devono affrontare questi nodi, né promette soluzioni immediate. Può però offrire un terreno di discussione in un’area dove ogni scelta sul costruito e sulle infrastrutture ha effetti che oltrepassano il singolo comune. Il patrocinio del Ministero della Cultura colloca l’iniziativa nel quadro delle manifestazioni culturali riconosciute a livello nazionale, mentre la sua fisionomia itinerante prova a sottrarla alla logica dell’evento isolato.

Nei prossimi mesi la verifica sarà concreta: capire se il tema delle mutazioni resterà una cornice curatoriale o se riuscirà a mettere in relazione esperienze, luoghi e pubblici delle due rive. La terza edizione parte da una premessa precisa: lo Stretto non è soltanto una linea di divisione, ma un territorio da osservare nella sua continuità e nelle sue differenze. Per l’architettura, questa è prima di tutto una questione di scala e di responsabilità.

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