Per Bitcoin, il problema dei computer quantistici non riguarda più soltanto uno scenario tecnico remoto. Sta diventando una variabile economica: se il mercato iniziasse a dubitare della capacità della rete di aggiornare le proprie difese con tempi credibili, il costo potrebbe manifestarsi prima di qualsiasi attacco effettivo. È questa la lettura proposta da Muneeb Ali, fondatore del progetto layer 2 Stacks, secondo cui l’assenza di una tabella di marcia convincente verso una maggiore resistenza al quantum rischia già di frenare una parte dell’interesse istituzionale.
La sua tesi va maneggiata per quello che è, cioè la posizione di un esponente del settore e non la prova che Bitcoin sia oggi vulnerabile a un computer quantistico. Il punto finanziario, però, è più immediato della tecnologia. Bitcoin è stato acquistato da molti investitori professionali anche come possibile protezione dall’indebolimento della moneta e dall’espansione monetaria. In questa prospettiva, l’affidabilità nel lungo periodo pesa quanto la scarsità programmata dell’asset. Un’incertezza sulla sicurezza futura può quindi modificare la propensione a detenere BTC, le valutazioni di rischio e la durata degli investimenti, senza attendere che la minaccia si concretizzi.
Il tema arriva mentre gli ETF spot statunitensi su Bitcoin hanno accumulato oltre 104 miliardi di dollari di patrimonio netto, secondo i dati citati da BitBo. La crescita di questi strumenti ha reso l’esposizione al Bitcoin più accessibile a gestori, consulenti e investitori che operano attraverso i circuiti finanziari tradizionali. Allo stesso tempo, ha alzato l’asticella delle questioni che il mercato è chiamato a valutare: non soltanto flussi, volatilità e quadro regolatorio, ma anche la capacità dell’infrastruttura di mantenere nel tempo le proprie garanzie di sicurezza.
La scadenza non è tecnica soltanto sulla carta
Ali indica il 2028 come un passaggio entro cui Bitcoin dovrebbe mostrare progressi sostanziali, e il 2030 come orizzonte per completare la transizione a sistemi resistenti al quantum. Il riferimento è alle indicazioni del National Institute of Standards and Technology (NIST), mentre l’accelerazione nello sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe, secondo Ali, accorciare ulteriormente le tempistiche attese. Non tutti gli operatori del settore condividono l’urgenza di questa previsione; il grado di maturità necessario perché il calcolo quantistico comprometta Bitcoin resta infatti oggetto di dibattito.
Ciò che rende delicato il dossier è il meccanismo di governance della rete. Anche nel caso in cui sviluppatori e comunità convergessero su una soluzione, l’implementazione richiederebbe tempo. Bitcoin ha una storia di aggiornamenti prudenti, spesso lunghi e discussi. Dopo l’adozione delle modifiche, i possessori dovrebbero inoltre trasferire le loro disponibilità verso indirizzi compatibili con le nuove protezioni. La transizione, dunque, non dipende solo da un intervento sul software: richiede coordinamento, compatibilità operativa e partecipazione di chi custodisce monete, dai grandi intermediari ai singoli utenti.
Per i mercati, questo genera un rischio di esecuzione. Non è necessario assumere che un attacco sia imminente per riconoscere che un percorso incerto può entrare nei modelli di valutazione. Gli investitori istituzionali ragionano anche su orizzonti pluriennali, sulla liquidità delle posizioni e sulla prevedibilità delle regole. Un piano verificabile, con tappe e soluzioni condivise, potrebbe ridurre il premio per il rischio associato allo scenario quantistico. Al contrario, rinvii, divisioni o indicazioni contraddittorie darebbero argomenti a chi considera il Bitcoin un’esposizione difficile da mantenere in portafogli di lungo termine.
Le implicazioni non si esaurirebbero in BTC. Ali sostiene che un eventuale salto quantistico capace di aggirare le protezioni di Bitcoin avrebbe conseguenze per l’intero mercato delle criptovalute. Per ora, però, la conseguenza più concreta è reputazionale e finanziaria: il settore deve dimostrare di poter pianificare un aggiornamento complesso prima che l’emergenza imponga decisioni rapide.
Ripple entra nel perimetro bancario federale
Nello stesso quadro di maturazione dell’industria, Ripple ha ottenuto dall’Office of the Comptroller of the Currency l’approvazione finale per costituire una national trust bank negli Stati Uniti. Il via libera chiude il percorso iniziato con l’approvazione condizionata ricevuta nel dicembre 2025 e porta alla nascita di Ripple National Trust Bank, soggetta a supervisione federale.
La nuova entità avrà il compito di gestire le riserve a sostegno della stablecoin RLUSD, operare come collateral trustee per i possessori di token e offrire servizi di custodia per asset digitali. L’emissione di RLUSD resterà tuttavia in capo a Standard Custody Trust Company, regolata dal New York Department of Financial Services. La distinzione conta perché separa ruoli operativi e autorizzativi all’interno dell’ecosistema Ripple.
Una national trust bank non equivale a una banca commerciale tradizionale. In genere non può raccogliere depositi né concedere prestiti e non dispone della copertura della Federal Deposit Insurance Corporation. È quindi una licenza mirata alla custodia e alle funzioni fiduciarie, ma con un valore industriale rilevante: consente a Ripple di collocare una parte delle proprie attività in un perimetro federale, proprio mentre le stablecoin cercano maggiore legittimazione nei pagamenti e nella gestione delle riserve.
Ripple non è l’unica società crypto ad aver intrapreso questa strada. Circle aveva ottenuto l’approvazione definitiva a luglio, mentre Coinbase, Crypto.com e Bridge, controllata da Stripe, risultavano ancora alla fase di approvazione condizionata. La competizione, quindi, non riguarda soltanto la quota di mercato dei token ancorati al dollaro: passa anche dalla capacità di costruire strutture regolamentate per custodia, riserve e garanzie per gli utilizzatori.
In Europa MiCA ridisegna la liquidità delle stablecoin
Il cambiamento normativo è già visibile sul mercato europeo. Secondo un rapporto di Kaiko, USDC ha superato USDt di Tether negli scambi contro l’euro: rappresenta ora il 56% del trading in stablecoin denominato nella valuta unica, contro il 10% registrato nel gennaio 2024. L’inversione è stata favorita dalle restrizioni applicate da importanti exchange alla negoziazione di USDt per i clienti dello Spazio economico europeo, nel percorso di adeguamento al regolamento Markets in Crypto-Assets, noto come MiCA.
I libri ordini in euro di USDC risultano inoltre più profondi di circa il 40% rispetto a quelli di USDt, un segnale di maggiore liquidità disponibile per chi negozia in quel mercato. Questo non mette in discussione il primato globale di USDT, che continua a essere la stablecoin dominante su scala internazionale. Mostra però come le regole locali possano cambiare velocemente gli equilibri nei singoli corridoi di scambio, premiando gli emittenti e le piattaforme capaci di adattarsi ai requisiti richiesti.
Per banche, operatori dei pagamenti e investitori europei, la lezione è concreta: la conformità normativa non è un elemento accessorio, ma una condizione che incide su liquidità, accesso ai mercati e scelta degli strumenti. Per Bitcoin, il dossier quantistico pone una questione diversa ma parallela. Nel primo caso il mercato europeo sta già traducendo le regole in quote di trading; nel secondo, gli investitori potrebbero iniziare a prezzare l’incertezza di un aggiornamento ancora da definire.
Nel frattempo VanEck ha inserito Bitcoin in un nuovo ETF, aggiungendo un ulteriore segnale della presenza dell’asset nei prodotti finanziari regolamentati. È proprio questa integrazione crescente a rendere meno marginali i temi aperti: l’industria crypto non viene valutata solo per l’innovazione che promette, ma per la solidità con cui gestisce rischi tecnologici, riserve e regole di mercato.




