Vent’anni dopo Black Sheep, la Nuova Zelanda torna a fare i conti con un gregge che ha ben poco di rassicurante. Umbrella Entertainment ha diffuso il primo trailer di Black Sheeps, seguito diretto della horror comedy del 2006 firmata da Jonathan King. Il film recupera l’universo di mutazioni genetiche, fattorie isolate e attacchi ferini che aveva trasformato il titolo originale in un piccolo caso di culto tra gli spettatori dell’horror più irriverente.
Il ritorno non si limita a riprendere l’idea degli animali da allevamento trasformati in minaccia: la nuova storia sposta il centro dell’azione su una giovane scienziata, convinta che un patogeno pericoloso stia mettendo a rischio la popolazione. Le sue indagini la riportano nella città d’origine, all’ombra della remota stazione ovina dove si era consumato il disastro del primo film. Il trailer suggerisce che l’infezione e le pecore geneticamente modificate siano ancora una volta il motore di un racconto deliberatamente eccessivo, tra body horror, creature effects e comicità nera.
Il titolo scelto, Black Sheeps, segnala già una continuità meno convenzionale di quella di un semplice “capitolo due”: al singolare del film del 2006 si sostituisce un plurale che promette di allargare la portata del contagio e dell’assedio. È però soprattutto il ritorno di King a definire l’operazione. Regista e co-sceneggiatore del primo Black Sheep, King dirige il sequel a partire da una sceneggiatura scritta con Matthew Grainger e Rosie Howells, mentre la produzione è affidata a Grainger, King e James Partridge.
Un sequel costruito sulla memoria del primo film
Quando uscì nel 2006, Black Sheep adottava una formula semplice e molto riconoscibile: prendere l’immaginario bucolico neozelandese, legato anche economicamente e culturalmente alla pastorizia, e rovesciarlo attraverso il linguaggio dei film di mostri e degli zombie movie. Le pecore infette diventavano predatori, gli esseri umani potevano mutare e il tono alternava schifo volontario e umorismo assurdo. Non era un grande franchise né un successo costruito sulle logiche dello studio system, ma ha conservato negli anni una circolazione da cult, favorita dalla sua identità immediata e dagli effetti fisici.
Black Sheeps arriva dunque in un momento in cui il recupero di proprietà horror di nicchia è diventato più frequente, ma prova a farlo mantenendo alcune delle figure che ne hanno definito l’identità. Nathan Meister torna infatti nel ruolo di Henry Oldfield, protagonista del film originale. Al suo fianco il nuovo cast comprende Tabatha Killick, Lucia Davison, Joseph Witkowski, Ian Harcourt, Heather O’Carroll, Paul Waggott e Renaye Tamati.
La presenza di Meister non serve soltanto a soddisfare la nostalgia del pubblico che conosce il primo film. Henry è il collegamento concreto con gli eventi passati e consente alla sceneggiatura di affrontare il sequel come conseguenza di un disastro rimasto localizzato solo in apparenza. Dal materiale promozionale non emergono ancora dettagli sufficienti per stabilire quanto spazio avrà il suo personaggio, né in che modo verranno ricostruite le vicende del 2006. È chiaro però che il nuovo caso non nasce dal nulla: la cittadina e la sheep station del primo capitolo restano il perimetro narrativo della minaccia.
Wētā Workshop torna alle creature pratiche
Uno degli aspetti più rilevanti per il pubblico horror riguarda il ritorno di Wētā Workshop, la società neozelandese di effetti speciali che aveva lavorato anche al primo film. Richard Taylor e la sua squadra sono nuovamente coinvolti nel progetto, un elemento importante perché l’efficacia di Black Sheep dipendeva in larga parte dalla materialità delle creature: protesi, animatronica, sangue artificiale e trasformazioni corporee erano parte integrante della battuta, non un semplice ornamento visivo.
Il trailer di Black Sheeps insiste proprio su questa eredità. Le immagini presentano pecore aggressive, corpi contaminati e un “uomo-pecora” che porta il film nell’area del body horror più esplicito. Non basta naturalmente un montaggio promozionale per capire quale sarà il rapporto tra effetti pratici e interventi digitali nel film completo, ma la scelta di richiamare Wētā Workshop colloca il sequel in una tradizione produttiva precisa. Per un’opera che vuole conservare l’aspetto artigianale e sporco del cult originale, la credibilità delle creature è parte del posizionamento, oltre che dello spettacolo.
Questo elemento ha anche un peso industriale. Nel panorama contemporaneo dell’horror a budget contenuto, i film capaci di rendere immediatamente riconoscibile una creatura o una trovata visiva possono trovare una seconda vita fuori dalla sala, tra home video, festival, streaming e circuiti internazionali specializzati. Umbrella Entertainment, che distribuirà il film nel mercato domestico, conosce bene questo terreno: il catalogo e le edizioni fisiche restano uno snodo importante per titoli rivolti a comunità di appassionati, soprattutto quando il richiamo del cult precede l’arrivo del nuovo capitolo.
Prima Sitges, poi le sale neozelandesi
La prima mondiale di Black Sheeps è prevista al Sitges Film Festival 2026, in programma a ottobre. La scelta del festival spagnolo è coerente con il profilo del film: Sitges è uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al fantastico e all’horror e rappresenta una vetrina utile per lavori che cercano attenzione critica, pubblico di genere e potenziali distributori al di fuori del Paese d’origine.
Dopo il debutto festivaliero, Umbrella Entertainment lancerà il film nei cinema della Nuova Zelanda dal 12 novembre 2026. Al momento non sono state comunicate date per altri territori, Italia compresa. Non c’è quindi ancora una conferma su un’eventuale uscita in sala internazionale, su una piattaforma streaming o sull’home video europeo. Per un sequel di questo tipo, il responso di Sitges e la tenuta dell’uscita neozelandese potranno incidere sulla velocità con cui verranno definiti gli accordi di distribuzione esteri.
La distanza di due decenni dal primo capitolo è, insieme, opportunità e limite. Da una parte Black Sheeps può rivolgersi a chi ha scoperto tardi il film del 2006, oltre a intercettare il pubblico più giovane abituato a un horror consapevolmente sopra le righe. Dall’altra, il marchio non ha la riconoscibilità globale delle grandi saghe slasher o soprannaturali, e il titolo dovrà spiegare rapidamente la propria premessa anche a chi non conosce Henry Oldfield e le origini del disastro.
Il trailer sceglie una strada netta: non modernizza l’idea fino a snaturarla e non prova a vendere il film come horror realistico. La minaccia scientifica introduce un nuovo punto d’accesso, ma il linguaggio resta quello delle pecore assassine, dei mutanti e del gore trattato come materia comica. In un mercato spesso affollato da sequel che cercano di diluire il proprio passato per raggiungere un pubblico indistinto, Black Sheeps sembra puntare invece sulla specificità che aveva reso memorabile l’originale.
Resta da capire se il film saprà trasformare quella fedeltà in un racconto che abbia davvero qualcosa di nuovo da aggiungere. Il rientro di Jonathan King, Nathan Meister e Wētā Workshop offre una base solida sul piano della continuità creativa; la nuova protagonista e il patogeno promettono invece un’espansione del mondo narrativo. La risposta arriverà prima a Sitges e poi nelle sale neozelandesi, mentre per gli altri mercati l’attesa è ancora senza calendario.




