Nel pop indipendente, costruire un immaginario riconoscibile è spesso una necessità pratica prima ancora che estetica. Sophie Truax, cantautrice di Seattle, lo fa attraverso un elemento che raramente viene associato alla forma canzone: i burattini. Nel suo caso, però, non sono un accessorio pensato per rendere più memorabili video e contenuti social. Sono personaggi, alter ego e strumenti con cui mettere in scena le contraddizioni che attraversano la sua scrittura.

Il nuovo EP Can’t Split A Worm porta questa impostazione al centro del progetto. Truax usa una tavolozza pop luminosa, con riferimenti dichiarati a Sheryl Crow e alla prima fase della carriera di Katy Perry, ma evita di trattare leggerezza e vulnerabilità come territori incompatibili. Le canzoni possono ospitare battute, rumori da incidente automobilistico e inviti al pubblico a urlare, senza rinunciare a passaggi più raccolti e personali. È proprio questa convivenza a dare un senso al titolo dell’EP.

Un verme come immagine dell’identità

Can’t Split A Worm nasce da una convinzione infantile dell’artista: l’idea che dividendo un verme a metà si potessero ottenere due animali distinti. Crescendo, Truax ha trasformato quell’immagine in una metafora meno letterale e più vicina al proprio lavoro. Non può separare una versione ironica, colorata e rumorosa di sé da quella più insicura e riflessiva; entrambe restano presenti nella stessa persona, e quindi nelle stesse canzoni.

La sequenza del disco rende visibile questo movimento. L’apertura, 10 FEET TALL, mette in primo piano una figura spavalda: la cantante la descrive come una versione di sé capace di crescere fino a tre metri e dire ad alta voce ciò che nella vita quotidiana non riesce sempre a esprimere. Dall’altra parte c’è jackshit, posta in chiusura e costruita come un voice memo essenziale, privo di sovrastrutture. Tra questi due estremi, l’acustica I’d Still Be accompagna un lato più morbido del progetto.

Non è una contrapposizione risolta in favore dell’una o dell’altra identità. La sicurezza, nel racconto di Truax, agisce anche come una protezione per la parte più timida. Questa scelta le consente di non presentare il pop come una maschera superficiale e le confessioni acustiche come l’unico luogo dell’autenticità. Il suo EP lavora piuttosto sull’attrito fra i due registri.

I pupazzi non sono scenografia

Per accompagnare Can’t Split A Worm, Truax ha realizzato una nuova serie di pupazzi: fra loro compaiono un verme dall’aria amichevole e una versione gigantesca della stessa artista legata a 10 FEET TALL. La scala, il materiale e il tono caricaturale servono a rendere fisiche caratteristiche che nelle canzoni rischierebbero di restare astratte. I pupazzi sono, nelle sue parole, versioni ingrandite di parti di sé.

Il caso più indicativo è Zeb, uno dei primi personaggi creati da Truax. È blu, porta un berretto, ha baffi discontinui, occhi stanchi e una sigaretta che gli pende dalla bocca. All’origine c’era una relazione non definita con un ex, ma il pupazzo non è rimasto il ritratto di una persona reale. È diventato un modo per affrontare l’insicurezza, il rapporto con la propria identità e gli standard di trattamento che si accettano nelle relazioni.

Questa distanza è importante: la puppetry permette di lavorare su esperienze intime senza ridurle al diario o al resoconto biografico. Un personaggio può assumere vita propria, essere ridicolo, malinconico o sgradevole e cambiare significato nel tempo. In un formato musicale dove l’artista è spesso chiamato a rendere immediatamente leggibile la propria persona pubblica, Truax sceglie invece una mediazione artigianale e teatrale.

Dalla risposta dei live a un’estetica più libera

Il passaggio verso un approccio più giocoso è maturato anche sul palco. Dopo lo Strung Along Tour, Truax ha notato che il pubblico reagiva con particolare entusiasmo ai brani più divertenti, soprattutto a MFPR1US. La canzone contiene battute sulle madri, effetti sonori e un momento in cui il pubblico viene invitato a gridare: elementi che in concerto possono sfuggire al controllo e diventare parte di una piccola ritualità condivisa.

Quell’esperienza ha contribuito a sciogliere una tensione che l’artista riconosce nel proprio percorso. Nel primo EP, Kissing With A Cavity, l’umorismo occupava meno spazio. Truax sentiva di dover scegliere fra il desiderio di scrivere pop e l’ambizione di apparire seria, sofisticata e pensosa. Can’t Split A Worm prende posizione contro questa divisione: il brano accessibile e la scrittura emotiva possono appartenere alla stessa opera senza neutralizzarsi a vicenda.

Per chi osserva l’industria musicale, il dato interessante non è soltanto la singolarità visiva dei pupazzi. La loro presenza crea continuità tra musica registrata, live e immaginario narrativo, offrendo al progetto un lessico riconoscibile senza ricorrere a una costruzione puramente promozionale. Truax stessa definisce la fusione tra canzoni e puppetry un «happy accident»: non un piano studiato a tavolino per trovare una posizione in un mercato saturo, ma un linguaggio emerso dalle sue pratiche creative.

Questa origine pone anche un limite utile. L’elemento visivo non dovrebbe diventare una scorciatoia per incasellare Truax come artista novelty, cioè come un progetto ricordato prima per il dispositivo scenico che per le canzoni. I pezzi più scarni dell’EP, e in particolare jackshit, mostrano che il nucleo resta la scrittura. I pupazzi ne amplificano le tensioni, non ne sostituiscono il contenuto.

Una grammatica personale per il pop indipendente

La traiettoria di Sophie Truax suggerisce una via concreta per molti progetti indipendenti: la coerenza non richiede uniformità di tono. Un artista può lasciare entrare nel proprio catalogo humour, teatralità e oggetti apparentemente infantili senza dover rinunciare ai temi più sensibili. Anzi, la forma ludica può rendere più affrontabili argomenti che, se esposti frontalmente, finirebbero per irrigidirsi.

Per ora, Can’t Split A Worm definisce con maggiore precisione il mondo di Truax: una cantante che usa il pop per costruire ritornelli e i pupazzi per dare un volto alle proprie ambivalenze. Il risultato non cerca di separare la parte sicura da quella fragile, né il gusto per lo spettacolo dalla necessità di raccontarsi. Le tiene nello stesso spazio, lasciando che siano le canzoni e i loro personaggi a trovare un equilibrio ogni volta diverso.

Fonti