Per assistere a Bob Dylan all’Unipol Dome di Milano, il 2 novembre, bisognava prima accettare una condizione poco negoziabile: lasciare il proprio smartphone in una custodia sigillata. Non spento in tasca, non usato con discrezione, ma sottratto alla disponibilità immediata per tutta la durata dello spettacolo. In un’arena abituata alla documentazione continua del live — fotografie, clip verticali, messaggi, schermi accesi — la regola ha cambiato il rapporto fra platea e palco prima ancora della prima canzone.
La conseguenza più concreta è stata anche la più semplice: niente archivio personale della serata. Nessun video per compensare la distanza, nessun zoom per avvicinare un artista rimasto volutamente defilato. Dylan è comparso al pianoforte sul lato sinistro del palco, con il capo coperto, in una scena essenziale: un fondale azzurro, luci soffuse, nessun maxischermo ad allargare l’inquadratura. Per parte del pubblico, nei primi minuti, identificare con certezza il musicista al centro dell’evento non è stato nemmeno immediato.
È una scelta coerente con il modo in cui Dylan ha impostato da anni i suoi concerti, ma in un palazzetto assume un peso particolare. Il telefono, di solito, funziona come protesi visiva e come via di fuga dall’attenzione: permette di cercare dettagli che dal posto assegnato non si vedono, di interrompere l’ascolto, di trasformare un’esibizione in una sequenza di contenuti da conservare o pubblicare. Qui quella mediazione è stata rimossa. Restava la musica, con tutti i suoi attriti.
Un concerto che non semplifica l’ascolto
Dylan, 85 anni, non ha costruito un set celebrativo nel senso più prevedibile del termine. La scaletta, composta da 18 brani, ha alternato materiale recente e canzoni appartenenti a differenti stagioni della sua carriera, senza spiegazioni tra un pezzo e l’altro e senza cercare un dialogo diretto con la sala. L’avvio con Watching the River Flow e It Ain’t Me Babe ha mostrato subito la direzione: brani notissimi, ma sottoposti a un trattamento che ne sposta profilo, ritmo e riconoscibilità.
La voce resta un elemento distintivo, anche se oggi si colloca a distanza dal pubblico, più ruvida e meno nitida nel contesto dell’arena. Nelle prime canzoni anche il suono ha faticato a trovare una definizione soddisfacente sugli spalti. L’Unipol Dome offre una capienza che permette di accogliere una domanda superiore a quella di un teatro: tre anni fa, agli Arcimboldi, ottenere un biglietto per Dylan era stato difficile e costoso. Il passaggio a una struttura più grande amplia l’accesso, ma comporta compromessi acustici evidenti per uno spettacolo basato su dinamiche sottili e arrangiamenti stratificati.
Non è un dettaglio secondario. Un concerto di Dylan non vive soltanto della familiarità del repertorio, ma della sua continua ricomposizione. Le versioni dal vivo possono allontanarsi dalle incisioni di riferimento al punto da rendere l’ascoltatore incerto, almeno all’inizio, su ciò che sta ascoltando. È parte del suo metodo: le canzoni non vengono trattate come reliquie da riprodurre fedelmente, ma come materiale ancora modificabile. Chi arriva aspettandosi una raccolta di hit nella loro forma più riconoscibile incontra quindi un live meno accomodante, costruito per sottrazione e per deviazioni.
La band dà forma alle deviazioni del repertorio
Il fulcro musicale della serata è stato il quintetto che accompagna Dylan. Tony Garnier al basso, Anton Fig alla batteria, Joel Paterson e Mike Seal alle chitarre hanno sostenuto un impianto da gruppo vero, più interessato al dialogo interno che alla cornice spettacolare. Le jam hanno occupato spazio fra le canzoni e dentro le canzoni, con un contrabbasso posto centralmente a rendere visibile uno dei timbri più rilevanti dell’ensemble.
In questo quadro anche l’armonica, affidata a Dylan, è arrivata con parsimonia: tre interventi lungo il set. Proprio perché non inflazionati, gli assoli hanno avuto il ruolo di segnali riconoscibili in una performance che spesso chiedeva al pubblico di seguirne i cambiamenti senza appigli immediati. I momenti che hanno raccolto la risposta più calda sono passati dalle riletture di Tangled Up in Blue, da Million Miles e da I Can’t Seem to Say Goodbye, brano di Jerry Lee Lewis. Non tutti i passaggi hanno avuto la stessa temperatura: Black Rider e I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You, entrambi dall’album del 2020 Rough and Rowdy Ways, sono apparsi più trattenuti.
Ridurre tuttavia la serata alla resa dei singoli brani sarebbe fuorviante. Il concerto funzionava come un ambiente con regole proprie: visuale limitata, assenza di schermi, nessuna pausa discorsiva dell’artista, un repertorio spesso reso irregolare dagli arrangiamenti. Tutto spingeva a scegliere se seguire davvero lo spettacolo o restarne ai margini. La progressione dell’esibizione, dopo l’avvio più incerto, ha reso quella scelta più semplice: Dylan ha mantenuto la sua postura schiva, ma la band ha dato continuità e tensione al set.
Il telefono sigillato come scelta artistica e di mercato
Il divieto di utilizzo degli smartphone non ha eliminato le criticità del live, né ha trasformato automaticamente ogni spettatore in un ascoltatore concentrato. Ha però impedito che la distanza fisica dal palco venisse compensata dallo schermo del dispositivo. In un concerto così poco orientato alla visibilità dell’artista, la misura può sembrare persino severa: chi era lontano non aveva strumenti per cogliere espressioni, gesti o dettagli del lavoro dei musicisti. È il rovescio della stessa scelta che protegge l’esperienza dalla produzione incessante di video.
Per l’industria del live, casi come questo continuano a mostrare una frizione aperta. Il pubblico ha incorporato la registrazione privata nel prezzo del biglietto e nell’idea stessa di partecipazione; molti artisti, invece, vedono negli smartphone una distrazione, una fonte di circolazione incontrollata delle immagini e un elemento che altera la relazione in sala. Dylan si colloca senza ambiguità nel secondo campo. Non offre contenuti pronti da condividere e non rende il palco facilmente consumabile a distanza.
Questa impostazione può anche rafforzare l’irripetibilità dell’evento. Se non esiste un filmato nitido da rivedere il mattino dopo, resta soprattutto il ricordo dell’ascolto, inevitabilmente parziale e personale. È una prospettiva quasi opposta alla logica contemporanea del concerto come materiale social, ma ha funzionato con un pubblico disposto ad accettare le condizioni poste dall’artista. Al termine delle due ore, l’Unipol Dome ha risposto con una standing ovation: non la prova che ogni scelta sia stata priva di limiti, bensì il segno che la proposta è stata compresa per ciò che era, un incontro con Dylan alle sue condizioni.




