La questione abitativa entra con più forza nel dibattito europeo sul turismo. Al centro c’è una bozza di Affordable Housing Act, il provvedimento con cui l’Unione Europea intende mettere a disposizione di Stati, Regioni e amministrazioni locali strumenti aggiuntivi per affrontare la crescente difficoltà di trovare case a prezzi sostenibili nelle aree sottoposte a maggiore pressione.

Nel dibattito pubblico il tema viene spesso ricondotto all’overtourism, ma il rapporto tra i due fenomeni è meno lineare di quanto sembri. Una città può accogliere molti visitatori senza vedere svuotarsi i propri quartieri residenziali; al contrario, può attraversare una grave crisi degli affitti anche per effetto di fattori che con il turismo hanno poco a che fare, dalla scarsità dell’offerta edilizia ai redditi stagnanti, fino alla concentrazione della proprietà immobiliare. Gli affitti brevi sono però diventati un punto di frizione evidente nelle destinazioni più richieste, perché sottraggono potenzialmente abitazioni al mercato di lungo periodo e rendono più redditizia, per i proprietari, la destinazione turistica degli immobili.

La proposta europea va letta innanzitutto in questa prospettiva: non come un piano per ridurre i flussi turistici, bensì come un possibile quadro di intervento contro la pressione esercitata sull’abitare. È una distinzione sostanziale, perché condiziona le aspettative sul provvedimento e il giudizio sulla sua efficacia.

Il nodo urbano dietro gli affitti turistici

Nelle città a forte vocazione turistica, la trasformazione di appartamenti in alloggi per soggiorni di pochi giorni modifica rapidamente l’equilibrio di interi quartieri. La conseguenza più immediata è l’aumento della concorrenza per le case disponibili: studenti, lavoratori stagionali, famiglie e persone che si spostano per lavoro si trovano a cercare nello stesso mercato una quota di alloggi che può ridursi, mentre canoni e condizioni contrattuali peggiorano.

Ci sono poi effetti che non si misurano soltanto nel prezzo al metro quadrato. Quando la presenza residenziale stabile diminuisce, cambiano i servizi di prossimità, gli esercizi commerciali e la vita quotidiana dello spazio pubblico. Alcune zone rischiano di specializzarsi quasi esclusivamente nell’ospitalità e nel consumo rivolto ai visitatori. La città resta formalmente abitata, ma perde in parte quelle funzioni ordinarie che permettono a un quartiere di essere tale durante tutto l’anno.

È su questo terreno che l’Affordable Housing Act potrebbe offrire alle amministrazioni una cornice più solida. La bozza in circolazione viene descritta come uno strumento volto a rafforzare la capacità di Stati, Regioni ed enti locali di reagire alle tensioni abitative, comprese quelle legate alla diffusione delle attività ricettive, soprattutto quando operano fuori o ai margini dei canali formali.

Il riferimento all’informalità è importante. Per gestire il fenomeno, una città deve prima conoscerne dimensioni, localizzazione e soggetti coinvolti. Senza dati affidabili sugli alloggi effettivamente destinati ai soggiorni brevi, ogni limite rischia di essere difficile da applicare e semplice da aggirare. La disponibilità di strumenti normativi è quindi solo una parte del lavoro: servono capacità amministrativa, controlli, registri funzionali e coordinamento tra i diversi livelli istituzionali.

Perché non è una cura automatica per l’overtourism

Definire gli affitti brevi come unica causa dell’overtourism sarebbe fuorviante. Il sovraffollamento turistico riguarda anche i trasporti, la gestione dei rifiuti, l’uso dello spazio pubblico, la pressione sui luoghi culturali e la concentrazione delle visite in poche aree e in pochi periodi dell’anno. Un intervento sul mercato abitativo può attenuare una delle ricadute più pesanti del turismo intenso, ma non redistribuisce da sé i flussi né determina il numero di persone che arrivano in una destinazione.

Esiste inoltre un rischio politico: presentare una misura per la casa come risposta complessiva al turismo di massa può generare attese che il provvedimento non è in condizione di soddisfare. Se l’obiettivo è preservare l’accessibilità abitativa, gli indicatori da osservare saranno disponibilità di alloggi, canoni, permanenza dei residenti e capacità di far rispettare le regole. Se l’obiettivo è rendere sostenibile l’accoglienza turistica, occorreranno anche politiche su mobilità, accessi, servizi e pianificazione urbana.

Le due agende possono e dovrebbero dialogare, ma restano distinte. Una regolazione efficace degli affitti brevi può ridurre l’incentivo alla conversione indiscriminata delle case in strutture ricettive e rendere più difendibile il diritto all’abitare nei centri sottoposti a maggiore pressione. Non elimina però la necessità di decidere come una città intenda convivere con la propria attrattività.

Il valore della scala europea, con un limite

L’intervento dell’Unione Europea conta perché le città non partono tutte dalle stesse condizioni. Alcune amministrazioni hanno già maturato esperienza nella regolazione degli affitti a breve termine, altre dispongono di strumenti più limitati o incontrano difficoltà nell’applicazione delle norme. Un quadro europeo può rendere meno isolati gli enti locali e riconoscere che l’emergenza abitativa, nelle zone turistiche ma non soltanto in quelle, è un tema che supera i confini municipali.

Allo stesso tempo, la scala europea non può sostituire le scelte locali. La pressione immobiliare non ha la stessa intensità ovunque, così come non coincidono la composizione del mercato delle case, l’andamento demografico e il peso dell’economia turistica. Regole identiche potrebbero risultare insufficienti in una città e sproporzionate in un’altra. La qualità del provvedimento dipenderà quindi dalla sua capacità di offrire strumenti utilizzabili senza imporre una lettura indistinta di territori molto diversi.

Il punto delicato è l’equilibrio tra tutela dell’abitare, attività economica e libertà di iniziativa dei proprietari. Gli affitti brevi non sono una categoria uniforme: includono pratiche occasionali e attività organizzate su scala più ampia. Qualsiasi disciplina dovrà distinguere, dove necessario, tra situazioni differenti ed evitare che gli oneri ricadano soprattutto sui soggetti più piccoli lasciando margini a chi opera in modo più strutturato. Anche per questo la tracciabilità e l’applicazione concreta delle regole diventano decisive.

Cosa osservare nella fase successiva

Per ora il dibattito riguarda una bozza, e sarà essenziale capire quale forma assumerà l’Affordable Housing Act nel percorso istituzionale. Più che l’etichetta del provvedimento, conteranno la natura degli strumenti messi a disposizione, il margine di azione riconosciuto alle amministrazioni e la possibilità di intervenire sui casi in cui l’offerta ricettiva incide in modo rilevante sul mercato residenziale.

Per le città italiane e europee maggiormente esposte alla domanda turistica, la proposta rappresenta comunque un segnale politico: la casa non viene più considerata soltanto una materia sociale o immobiliare, ma un’infrastruttura urbana che può essere compromessa dalla trasformazione accelerata delle economie locali. È un passaggio utile, purché non venga usato per semplificare un problema complesso.

Una risposta credibile all’overtourism richiede infatti un insieme di decisioni coerenti: protezione dell’offerta abitativa per i residenti, controllo delle attività ricettive non regolari, investimenti nei servizi, gestione dei flussi e una visione sull’uso futuro dei quartieri. L’Affordable Housing Act può diventare una leva in questo disegno. Da solo, non può essere la soluzione che promette di tenere insieme diritto alla casa e sostenibilità turistica.

Fonti