Il Messico entra con maggiore evidenza nella mappa commerciale del vino italiano. Il 5 e 6 novembre l’Expo Santa Fe México di Città del Messico ospiterà la prima edizione locale di Wines Experience & Fine Food, appuntamento che mette insieme produttori, importatori, distributori, buyer, degustazioni e ristorazione. Sono oltre 150 le aziende di vino e distillati annunciate, con più di mille etichette in assaggio e rappresentanze provenienti da tutte le regioni italiane e da cinque Stati messicani.

L’obiettivo non è soltanto presentare bottiglie a un pubblico professionale. La manifestazione nasce per rendere più strutturato l’incontro tra chi produce e chi deve portare il vino sul mercato: dagli importatori ai distributori, fino agli operatori dell’horeca. Gli organizzatori attendono circa mille buyer e professionisti locali. Per le cantine italiane, soprattutto quelle che cercano sbocchi fuori dai mercati europei più consolidati, il dato rilevante è la concentrazione di interlocutori in due giornate e in una città che sta assumendo un ruolo crescente nei consumi premium dell’America Latina.

Wines Experience & Fine Food è promossa da United Experience, realtà nata dalla collaborazione tra Fiere Italiane SEA e BolognaFiere. Dopo Londra e Ho Chi Minh City, il format arriva dunque in Messico, dove il progetto ha già aperto una sede stabile. La scelta risponde a un mercato che dipende in larga misura dalle importazioni: oltre il 70% del vino consumato nel Paese arriva dall’estero. L’Italia è già tra i fornitori rilevanti, ma la crescita dei consumi e l’evoluzione della domanda lasciano spazio a un lavoro commerciale più continuativo.

Negli ultimi quindici anni il consumo pro capite messicano è aumentato del 60%, secondo i dati richiamati dagli organizzatori. Va letto con cautela: il vino parte da livelli di consumo inferiori rispetto alle grandi piazze europee e non basta una crescita percentuale a trasformare il Paese in un mercato maturo. Segnala però una platea più ampia, più giovane e interessata a categorie, territori e fasce di prezzo che richiedono competenze di distribuzione e formazione. In questo scenario, la presenza fisica delle aziende resta decisiva: il vino non si esporta soltanto con un listino, ma attraverso assaggi, racconto del prodotto, affidabilità logistica e capacità di lavorare con la ristorazione.

Una fiera pensata per far incontrare domanda e offerta

Il programma combina incontri commerciali individuali, degustazioni guidate, conferenze ed esperienze gastronomiche. L’impostazione dichiarata punta ad allontanarsi dal modello fieristico fatto esclusivamente di stand: gli spazi includeranno aree lounge per gli appuntamenti tra produttori e operatori, mentre un’app sarà utilizzata per favorire il contatto tra domanda e offerta. Gli organizzatori parlano inoltre di strumenti per raccogliere dati in tempo reale e di degustazioni alla cieca tra le novità del format.

È un elemento concreto, anche se non va sovrastimato. Un’app di matching non sostituisce la rete degli importatori né risolve ostacoli quali prezzi, margini, trasporto, disponibilità dei prodotti e regole di accesso al mercato. Può però rendere più ordinati i contatti generati durante l’evento e facilitare il seguito delle trattative, un passaggio spesso debole nelle manifestazioni B2B. Per un settore frammentato come quello del vino italiano, dove anche aziende molto riconosciute lavorano con portafogli, annate e distribuzioni differenti, avere dati e appuntamenti tracciabili può aiutare a selezionare meglio le opportunità.

Accanto a nomi come Antinori, Ferrari Trento e Donnafugata, il calendario prevede anche la partecipazione di produttori messicani. Il confronto non riguarda quindi soltanto l’export italiano, ma un ecosistema locale nel quale convivono importazioni, produzione nazionale, fine dining e nuove abitudini di consumo. La presenza di aziende del territorio può rendere l’appuntamento più utile per comprendere come il vino italiano debba posizionarsi: non come proposta indistinta, ma in relazione ai gusti, ai canali e alle fasce di mercato che si stanno formando nel Paese.

Le masterclass di Gambero Rosso sui vitigni e sulla continuità qualitativa

Gambero Rosso parteciperà con due masterclass affidate al direttore Lorenzo Ruggeri e dedicate a vini premiati con i Tre Bicchieri. Il primo appuntamento, in calendario il 5 novembre alle 15, è intitolato Tre Bicchieri: Revival Legacy e si concentra su cinque varietà e territori: Bellone, Susumaniello, Ribolla Gialla del Collio, Barbera del Monferrato e Aglianico del Sannio. Il filo conduttore è il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni attraverso il lavoro di famiglie produttrici e nuove generazioni.

La scelta è significativa per un mercato di importazione. Le varietà locali sono una leva per distinguere l’offerta italiana da quella costruita attorno ai vitigni internazionali più familiari, ma richiedono spiegazione, formazione dei sommelier e una proposta gastronomica capace di contestualizzarle. In altre parole, possono aumentare riconoscibilità e valore percepito, ma non sono automaticamente più facili da vendere. Degustazioni come questa servono proprio a trasferire ai professionisti le coordinate necessarie per presentarle ai clienti finali.

Il 6 novembre, sempre alle 15, la seconda sessione, The Test of Time – Excellence Across Vintages, guarderà invece alla capacità di alcuni vini di mantenere qualità e identità nel corso delle annate. Tra i protagonisti figura Masciarelli, vincitrice del riconoscimento Rosso dell’Anno nell’ultima edizione della guida Vini d’Italia, insieme a produttori che hanno ottenuto i Tre Bicchieri almeno dieci volte. Per importatori e ristoratori, la continuità nel tempo è un tema operativo: permette di costruire carte dei vini più coerenti, lavorare su referenze affidabili e raccontare una denominazione oltre il successo di una singola vendemmia.

Il Messico come piattaforma, non come scorciatoia

La strategia di United Experience è dichiaratamente di lungo periodo. Il presidente Maurizio Muzzetta indica un piano quinquennale e l’ambizione di fare di Città del Messico un punto di riferimento per il vino nelle Americhe. La città offre densità di ristorazione, distribuzione e consumatori con capacità di spesa, oltre a collegamenti commerciali che la rendono un osservatorio naturale per chi vuole sviluppare presenza nell’area.

Resta tuttavia una differenza importante tra lanciare un evento e costruire un hub. Serviranno continuità delle edizioni, qualità dei buyer coinvolti, conversione dei contatti in ordini e capacità di dare spazio anche a produttori meno noti rispetto ai grandi marchi. Il valore della prima edizione sarà misurabile soprattutto dopo la chiusura dei padiglioni: nel numero di relazioni che proseguiranno, nei contratti di importazione e nella tenuta della presenza italiana nei menu, nelle enoteche e negli scaffali messicani.

Per il food business italiano, Wines Experience & Fine Food è quindi un test di metodo oltre che di mercato. Riunisce promozione territoriale, formazione professionale, gastronomia e strumenti digitali per organizzare le relazioni commerciali. Se questo impianto riuscirà a produrre continuità, Città del Messico potrà diventare una base utile per un export che ha bisogno di presidiare nuovi consumatori senza rinunciare alla complessità e alla varietà della propria offerta.

Fonti