Il procedimento disciplinare più esteso e delicato mai affrontato dal calcio inglese è arrivato a un passaggio decisivo. Secondo quanto riferito dal Guardian, la commissione indipendente chiamata a esaminare le oltre cento contestazioni mosse dalla Premier League al Manchester City avrebbe ritenuto il club colpevole di quasi tutti gli addebiti. Non si conoscono ancora né il testo integrale della decisione né l’eventuale sanzione, ma la portata della notizia supera già il perimetro di una disputa fra lega e società.

In gioco c’è infatti il modo in cui il campionato più ricco del mondo controlla la sostenibilità economica dei suoi club, specialmente quando questi sono sostenuti da proprietari con capacità finanziarie fuori scala rispetto ai ricavi sportivi tradizionali. E c’è un nodo ulteriore, forse persino più importante: l’effettiva forza delle regole quando vengono contestate da una società dotata delle risorse legali e finanziarie per opporsi a ogni passaggio dell’istruttoria.

Il Manchester City ha costruito nell’ultimo quindicennio una delle dinastie più vincenti della storia recente del calcio europeo. Dall’acquisizione del 2008 da parte dello sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, membro della famiglia regnante di Abu Dhabi, il club ha trasformato radicalmente il proprio peso sportivo: la FA Cup del 2011, il primo titolo di Premier League nel 2012, poi una sequenza di campionati fino alla Champions League. Proprio quella coincidenza temporale rende il dossier esplosivo: il periodo esaminato abbraccia gli anni in cui l’ascesa del City è diventata dominio.

Che cosa contestava la Premier League

Le imputazioni formulate nel febbraio 2023 riguardavano stagioni comprese tra il 2009-10 e il 2022-23. Il nucleo originario del caso è l’accusa di non aver fornito informazioni finanziarie complete e corrette per nove annate, dal 2009-10 al 2017-18. La Premier League contestava inoltre l’omessa indicazione integrale di compensi riconducibili al tecnico Roberto Mancini tra il 2009-10 e il 2012-13 e di pagamenti ai calciatori tra il 2010-11 e il 2015-16.

Un altro blocco di accuse riguardava il rispetto delle norme UEFA sul fair play finanziario tra il 2013-14 e il 2017-18 e delle regole di profitability and sustainability della Premier League tra il 2015-16 e il 2017-18. A completare il quadro c’erano le contestazioni sulla collaborazione all’indagine, avviata nel dicembre 2018: secondo la lega, il City non avrebbe rispettato pienamente il dovere di consegnare documenti e informazioni agendo nella massima buona fede richiesta dal regolamento.

La materia non è una semplice verifica su un bilancio. Le regole finanziarie del calcio stabiliscono limiti e obblighi informativi proprio perché la competizione non venga determinata soltanto dalla disponibilità illimitata dei proprietari. Se le entrate commerciali dichiarate da un club non rappresentano in modo trasparente il loro effettivo finanziamento, il meccanismo di controllo perde una parte essenziale della propria efficacia. È questa la ragione per cui il procedimento ha sempre avuto una dimensione politica e industriale, oltre che sportiva.

Dai documenti trapelati a un’indagine senza precedenti

La vicenda è emersa pubblicamente nel novembre 2018, quando Der Spiegel pubblicò documenti interni del City ottenuti dopo un attacco ai sistemi email del club. Fra i materiali descritti dal settimanale tedesco vi erano elementi che sembravano indicare come una larga quota della sponsorizzazione di Etihad, compagnia aerea di Abu Dhabi che dà il nome anche allo stadio, potesse essere coperta dal gruppo proprietario dello sceicco Mansour.

Quella ricostruzione aprì una fase lunghissima. L’inchiesta della Premier League ha richiesto anni e ha incontrato ripetute contestazioni da parte della società. Le udienze davanti alla commissione indipendente si sono svolte alla fine del 2024, ma la decisione è emersa solo quasi due anni più tardi. Un tempo che racconta la complessità tecnica del caso, ma anche una debolezza pratica dei sistemi di giustizia sportiva: quando il verdetto arriva a molta distanza dai fatti contestati, giocatori, allenatori, avversari e tifosi hanno già vissuto stagioni intere nell’incertezza.

Il City ha sempre respinto gli addebiti e ha dichiarato di avere un insieme di prove completo e inconfutabile a proprio sostegno. Questa posizione resta parte decisiva del quadro, anche perché il percorso non sembra affatto destinato a chiudersi in tempi brevi. In assenza di una pronuncia ufficiale pubblica che definisca motivazioni e rimedi, sarebbe prematuro stabilire quale sarà l’effetto concreto della decisione riportata dal Guardian.

Il nodo delle sanzioni e della credibilità

La Premier League dispone di margini disciplinari ampi: le possibili misure possono includere penalizzazioni in classifica, sanzioni economiche o altri provvedimenti sportivi. Ma la scala e il contenuto delle contestazioni rendono impossibile anticipare una risposta senza conoscere il ragionamento della commissione, il numero esatto degli addebiti accolti e l’eventuale fase di impugnazione. Non è neppure automatico che una decisione sulle irregolarità finanziarie produca conseguenze retroattive sui trofei già assegnati.

È proprio qui che la Premier League si gioca la propria autorevolezza. Da anni vende un prodotto globale fondato sull’equilibrio competitivo, sulla forza commerciale dei suoi club e su regole comuni. Un caso che riguarda la squadra capace di vincere cinque campionati inglesi e la Champions League nel periodo successivo all’avvio dell’indagine mette quella promessa sotto pressione. Qualunque decisione troppo lieve sarà letta dagli altri club come il segnale che le norme sono negoziabili; una decisione estremamente dura aprirebbe invece uno scontro destinato ad avere riflessi sull’intero ecosistema calcistico.

Il Manchester City non è un club qualunque all’interno di questo dibattito. Il suo modello ha contribuito a ridefinire il rapporto tra investimenti, ricavi commerciali, risultati e capacità di attrarre talenti. Pep Guardiola ha guidato squadre di altissimo livello, costruite con investimenti rilevanti e capaci di produrre uno dei cicli tecnici più notevoli dell’era moderna. Il procedimento non cancella quanto visto in campo, ma costringe il calcio inglese a chiedersi se il suo sistema di sorveglianza sia stato abbastanza rapido, trasparente e robusto per giudicare ciò che avviene fuori dal campo.

Le conseguenze potrebbero quindi andare oltre l’eventuale punizione del City. Le società rivali guarderanno alla decisione per capire quali standard probatori e quali sanzioni si applichino davvero. La UEFA, che in passato aveva escluso il City dalle competizioni europee per due stagioni prima che il TAS annullasse quella squalifica nel 2020, osserverà un caso che torna a toccare direttamente il rapporto fra controlli nazionali e regolamentazione continentale.

Per ora il dato centrale è che una storia iniziata con documenti riservati e poi diventata un confronto fra il club e la lega è entrata nella sua fase più sensibile. Il verdetto riportato dal Guardian non equivale alla parola finale: serviranno dettagli ufficiali, la definizione delle misure e, con ogni probabilità, ulteriori passaggi procedurali. Ma il calcio inglese non potrà più trattare questo fascicolo come una questione sospesa in lontananza. Da come verrà gestito dipenderà la credibilità delle regole che la Premier League pretende di far rispettare a tutti.

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