La viticoltura non può essere discussa soltanto attraverso vendemmie, denominazioni, export e riconoscimenti. Per Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato, il nodo da affrontare è più immediato: la capacità delle imprese di ricavare un reddito dal proprio lavoro. Da qui l'appello a convocare al più presto gli Stati generali del vino, coinvolgendo istituzioni, associazioni di categoria, consorzi e produttori in un confronto che guardi insieme al Piemonte e al quadro nazionale.
La formula degli Stati generali indica una richiesta precisa: uscire dalla gestione frammentata delle singole emergenze e costruire una sede in cui la filiera possa misurare interessi diversi, individuare priorità e assumere impegni verificabili. Nell'intervento di Mobrici, la redditività non viene posta come un tema tra gli altri, ma come la condizione da cui dipende la tenuta del comparto. Senza margini adeguati per chi coltiva l'uva, investe nei vigneti e sostiene i rischi della produzione, anche il valore costruito da territori e denominazioni perde basi concrete.
È un passaggio rilevante per un settore abituato a raccontarsi attraverso l'identità dei territori e la qualità delle bottiglie. Questi elementi restano centrali, ma non risolvono da soli l'equazione economica delle aziende. Un vino può avere una denominazione riconoscibile, una storia forte e un posizionamento commerciale, senza che questo si traduca automaticamente in un equilibrio sostenibile per ogni anello della catena. L'appello del presidente del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato sposta quindi il confronto sulle condizioni materiali necessarie per continuare a produrre.
Un tavolo per una filiera che non può procedere per compartimenti
La richiesta riguarda una platea ampia. Le istituzioni hanno strumenti e responsabilità diversi da quelli dei consorzi; le associazioni rappresentano imprese con dimensioni, canali e problemi non sempre coincidenti; i produttori vivono in prima persona le conseguenze delle scelte agronomiche e di mercato. Riunire questi soggetti non garantisce di per sé una soluzione, ma riconosce che il vino non può essere governato soltanto da decisioni isolate.
Il ruolo dei consorzi, in questo scenario, è particolarmente delicato. Sono organismi legati alla tutela e alla valorizzazione delle denominazioni, dunque alla protezione di un patrimonio collettivo che comprende regole produttive, reputazione e riconoscibilità del territorio. Tuttavia, una denominazione resta solida nel tempo se chi ne sostiene la produzione può programmare il proprio futuro. L'equilibrio tra tutela del nome, gestione dell'offerta, promozione e sostenibilità economica delle imprese è perciò uno dei terreni su cui un confronto generale dovrebbe misurarsi.
Mobrici parla dal Monferrato, area nella quale Barbera d'Asti è uno dei riferimenti della produzione vinicola piemontese. Ma il richiamo non si limita a una singola denominazione o a una questione locale. L'obiettivo dichiarato è aprire un ragionamento condiviso sulla viticoltura piemontese e nazionale, evitando che le difficoltà vengano lette come casi separati, affrontati solo quando diventano più visibili.
Per la filiera, il reddito non coincide semplicemente con il prezzo di una bottiglia. È il risultato di rapporti lungo tutta la catena: dalla vigna alla trasformazione, dalla distribuzione alla ristorazione e al consumo finale. Ogni passaggio influenza la possibilità di riconoscere valore al lavoro agricolo. Per questo un tavolo che voglia essere utile dovrebbe riuscire a tenere insieme chi produce materia prima, chi vinifica, chi imbottiglia, chi vende e chi rappresenta i territori, senza ridurre il confronto a una contrapposizione tra categorie.
La redditività come condizione per investire e restare
Il messaggio “senza reddito non c'è futuro” sintetizza una questione industriale prima ancora che simbolica. Una impresa viticola che non dispone di margini sufficienti fatica a sostenere investimenti, manutenzione, ricambio generazionale e pianificazione. Nel medio periodo, il problema può tradursi in minore capacità di presidiare i vigneti e in una filiera più vulnerabile. Per territori in cui il paesaggio agricolo, l'ospitalità e la reputazione gastronomica sono strettamente legati alla vite, la tenuta delle aziende riguarda anche un ecosistema economico più largo.
Questo non significa che tutte le realtà del vino vivano la stessa situazione né che esista una misura unica capace di rispondere a bisogni molto differenti. Aziende familiari, cooperative, produttori strutturati e marchi presenti su mercati internazionali operano con modelli propri. È proprio questa eterogeneità a rendere necessario un confronto ordinato: senza una fotografia condivisa delle criticità e delle leve disponibili, il rischio è sommare iniziative parziali senza incidere sulle cause che indeboliscono la redditività.
Gli Stati generali invocati da Mobrici avrebbero quindi senso se affrontassero anche il metodo. Non soltanto un appuntamento di rappresentanza, ma un luogo capace di fissare temi, responsabilità e tempi. Il settore può discutere di posizionamento dei vini, strumenti di promozione, assetti delle denominazioni, rapporto con i mercati e sostegno alle imprese; ma il valore dell'iniziativa dipenderà dalla capacità di collegare queste discussioni a risultati pratici per la produzione.
Per chi lavora nella ristorazione e nella distribuzione, il tema non è esterno. La disponibilità di una produzione vitivinicola stabile e diversificata incide sulla costruzione delle carte dei vini, sull'identità dell'offerta locale e sulla relazione con i clienti. Una filiera che perde capacità economica tende ad avere meno spazio per programmare, sperimentare e mantenere relazioni commerciali durature. Anche il racconto del vino italiano, spesso affidato al legame tra prodotto e luogo, ha bisogno di imprese in grado di restare attive nel tempo.
Dall'appello alle decisioni
Al momento, l'intervento di Mobrici è una sollecitazione alla convocazione e alla responsabilità comune, non l'annuncio di un calendario operativo o di un pacchetto di misure già definito. Questo è anche il limite più evidente dell'appello: la diagnosi della centralità del reddito deve ancora trasformarsi in un perimetro di lavoro condiviso. Sarà necessario stabilire chi siede al tavolo, quale livello istituzionale lo coordina, quali informazioni vengono portate al confronto e con quale mandato si procede.
La credibilità di eventuali Stati generali dipenderà dalla capacità di non fermarsi a un documento di intenti. Il comparto ha bisogno di interlocuzione, ma anche di priorità leggibili: quali problemi affrontare per primi, come distinguere le esigenze territoriali da quelle nazionali, quali strumenti spettano alle organizzazioni della filiera e quali invece richiedono decisioni pubbliche. Un percorso senza questa chiarezza rischierebbe di replicare la frammentazione che l'appello prova a superare.
La presa di posizione del presidente del Consorzio Barbera d'Asti e Vini del Monferrato riporta dunque una domanda essenziale al centro del dibattito: quale economia deve sostenere il vino italiano nei prossimi anni? Prima di parlare di crescita, di reputazione o di nuovi mercati, occorre garantire che produrre vino resti un'attività capace di remunerare chi la rende possibile. Per Mobrici, la risposta non può arrivare da un singolo soggetto: richiede un confronto immediato tra tutti gli attori chiamati a custodire e sviluppare la filiera.




