Per anni Orville Peck ha costruito una delle figure più riconoscibili della musica country contemporanea: la maschera western, il baritono profondo, un immaginario da frontiera e una posizione apertamente queer in un genere che raramente ha offerto simili spazi di rappresentazione. Ora il musicista mette al centro della sua nuova fase un racconto molto meno protetto dall’estetica. Il nuovo album, indicato come Muse, nasce infatti dal confronto con la dipendenza, la riabilitazione e la sobrietà conquistata negli ultimi tre anni.
È un passaggio personale, ma anche professionale. Peck non presenta il disco come un esercizio di confessione isolata dal resto della sua carriera: quelle canzoni arrivano dopo una crisi che ha coinvolto direttamente la sua attività dal vivo e le persone che lavoravano con lui. Nel materiale diffuso da Variety, l’artista ricostruisce una notte del giugno 2023 al Madison Square Garden, data di apertura del tour legato a Bronco, come il momento in cui non è stato più possibile rimandare il confronto con il problema.
Poche ore prima dello spettacolo, il suo team lo trovò in overdose nella stanza d’albergo. Peck salì ugualmente sul palco, già sapendo insieme alla band che il tour sarebbe stato interrotto e che la mattina successiva sarebbe entrato in riabilitazione. Il ricordo restituito dall’artista è quello di una serata cupa, vissuta da tutti con la consapevolezza che qualcosa si fosse spezzato. In scaletta e nei rituali del live non c’era ancora spazio per elaborare quanto accaduto: c’era soltanto la necessità di portare a termine un impegno immediato.
Il dettaglio del concerto è rilevante perché mostra il cortocircuito tra la macchina dello spettacolo e una situazione personale ormai fuori controllo. Durante quella data Peck bevve sul palco uno shot di Patrón, gesto previsto dalla sponsorizzazione del tour. Nella sua ricostruzione, l’immagine di lui e dei musicisti che si guardano in quel momento condensa il disagio di un ambiente di lavoro costretto a proseguire mentre una crisi sanitaria e umana era già evidente. Non è un particolare utile a mitizzare l’eccesso: è il segno di quanto possano pesare, per un artista in difficoltà, gli automatismi e gli obblighi che accompagnano una tournée.
Dal privato alle canzoni
Oggi Peck dice di essere sobrio da poco più di tre anni. Le nuove tracce affrontano il periodo dell’uso di alcol e sostanze, il trattamento e la vita successiva alla riabilitazione. La documentazione disponibile descrive il lavoro come composto da dodici brani più un prologo e segnala anche Rehab Blues, titolo che rende esplicito il legame con l’esperienza di cura. Nel testo fornito insieme all’intervista il progetto viene chiamato anche Mule: la denominazione riportata nel dossier presenta dunque una discrepanza, mentre l’asse narrativo del disco resta inequivocabile.
Peck associa quel titolo all’animale da lavoro, ibrido tra cavallo e asino, noto per la resistenza e la testardaggine. È una metafora che si adatta a un autore abituato a tenere insieme identità apparentemente lontane: il country classico e la cultura queer, l’immagine scenica e la vulnerabilità, la disciplina di un progetto internazionale e le difficoltà della vita quotidiana. L’artista osserva che l’aggravarsi della dipendenza è stato legato anche al tentativo di separare mondi diversi: da una parte il personaggio pubblico, sottoposto alle aspettative e ai giudizi di migliaia di persone; dall’altra la dimensione privata, con problemi, traumi e relazioni reali.
Questa chiave evita di leggere il disco soltanto attraverso l’episodio più drammatico. Le canzoni, nelle intenzioni di Peck, parlano di responsabilità verso chi gli è stato vicino. Il musicista le definisce anche un ringraziamento, una richiesta di scusa e un tentativo di spiegazione rivolto a persone diverse. Il sostegno del partner di lunga data e della sua famiglia viene indicato come parte essenziale di questo percorso. Per un album nato dopo un periodo di dipendenza, è una scelta significativa: la narrazione non ruota attorno alla sola caduta, ma attorno alla rete di affetti e lavoro che ne ha affrontato le conseguenze.
Un capitolo delicato per una figura già fuori dagli schemi
Il peso della nuova uscita va letto anche alla luce del posto che Peck ha occupato fin dal debutto. Con Pony nel 2019, Bronco nel 2022 e Stampede nel 2024, ha portato nel country un’identità dichiaratamente gay senza rinunciare ai codici del genere: stivali, ballate, rodeo, solitudine e desiderio. La maschera che indossa in pubblico è diventata una firma visiva, non un modo per celare il proprio orientamento. La sua presenza ha reso più visibile un pubblico e una tradizione spesso marginalizzati nel racconto dominante della musica country.
Negli anni questa posizione si è tradotta in collaborazioni con Kylie Minogue, Shania Twain e Noah Cyrus, oltre al duetto con Willie Nelson in Cowboys Are Frequently Fond of Each Other, brano che affronta apertamente l’amore e il desiderio tra uomini nell’universo di boots e Levi’s. Peck ha inoltre debuttato a Broadway nel ruolo dell’Emcee in Cabaret. Il suo profilo, quindi, non coincide più con quello di un outsider di nicchia: è un artista capace di muoversi tra country, pop, teatro musicale e grandi palchi.
Proprio per questo, il modo in cui sceglie di parlare della sobrietà assume un valore che supera la biografia. L’industria musicale tende spesso a trasformare i momenti di crisi in mitologia, soprattutto quando riguardano artisti dalla forte identità scenica. Peck sembra cercare un’altra direzione: raccontare la dipendenza senza separarla dalle conseguenze concrete che ha avuto sul suo entourage, sugli impegni dal vivo e sulle relazioni. È una distinzione importante anche per il pubblico, perché sposta l’attenzione dalla fascinazione per l’autodistruzione al lavoro necessario per interromperla.
L’intervista tocca anche la sfera sentimentale e una storia con un giocatore di football professionista, senza farne però il centro dell’album o del suo messaggio pubblico. Nel quadro tracciato da Peck, quel riferimento resta un elemento di vita privata dentro un discorso più ampio sull’identità e sui confini tra ciò che l’artista espone e ciò che decide di conservare per sé. Non sembra esserci, dalle informazioni disponibili, un annuncio o una collaborazione collegata a quell’episodio.
Il ritorno al live, senza rimuovere la crisi
Il nuovo capitolo arriva mentre Peck prepara il suo debutto da headliner all’Hollywood Bowl. È un traguardo di peso per un artista che solo tre anni prima aveva dovuto fermare una tournée per entrare in cura. La distanza fra i due momenti non cancella ciò che è successo, ma modifica il significato del palco: non più il luogo in cui sostenere a ogni costo una performance, bensì quello da cui presentare un lavoro nato dopo aver messo un limite.
Peck ammette di dover gestire l’ansia e la pressione che accompagnano appuntamenti di questa portata. Dice di aver imparato a non anticipare mentalmente ogni dettaglio degli show, per non finire travolto dalle aspettative e privarsi del piacere di suonare. È una considerazione semplice, ma coerente con il disco: la ripresa non viene presentata come una soluzione perfetta o definitiva, bensì come una pratica quotidiana, fatta anche di misura e consapevolezza.
Per il suo percorso artistico, Muse rappresenta quindi un cambio di fuoco più che una deviazione dal personaggio Orville Peck. Restano la scrittura country, il simbolismo western e una voce capace di attraversare registri diversi; cambia la materia, ora legata a una crisi raccontata dall’interno e alla vita costruita dopo. La prova sarà capire come queste canzoni entreranno nel repertorio dal vivo e come il pubblico, che lo ha seguito per la sua libertà formale e identitaria, accoglierà un’opera più esposta. Intanto l’artista ha scelto di non lasciare quella notte del 2023 fuori dalla propria storia: l’ha trasformata nel punto da cui ricominciare.




