La Siria vuole chiudere la fase in cui una parte del suo territorio è stata gestita, protetta o usata militarmente da potenze esterne. Il presidente Ahmad al-Sharaa ha indicato l’obiettivo di arrivare in tempi brevi a una condizione nella quale Damasco non ritenga più necessaria alcuna presenza militare straniera, rivendicando una sovranità piena sulle installazioni presenti nel Paese.

L’annuncio non equivale, almeno per ora, a un calendario di ritiri né alla denuncia immediata degli accordi esistenti. È piuttosto la cornice politica entro cui il nuovo governo siriano intende rinegoziare i rapporti con i due attori militari esterni che conservano le posizioni più rilevanti: la Russia sulla costa mediterranea e la Turchia lungo il confine settentrionale. Per la difesa regionale, la differenza è sostanziale: Damasco non parla di una semplice riduzione delle truppe, ma di un cambio della funzione e della legittimità delle basi.

Le due basi russe cambiano missione

Il dossier più sensibile riguarda Hmeimim, la base aerea nella provincia di Latakia, e Tartus, lo scalo navale che assicura a Mosca un accesso strategico al Mediterraneo. Entrambe sono state per anni nodi essenziali della proiezione russa in Siria e, più in generale, nel Levante. Hmeimim ha sostenuto le operazioni aeree russe durante la guerra civile, mentre Tartus ha rappresentato l’approdo navale di riferimento per le attività russe nel Mediterraneo orientale.

Secondo al-Sharaa, la presenza russa si è già contratta radicalmente dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024. Il presidente ha sostenuto che le strutture militari russe nel Paese erano circa 170 e sono scese a due. È un dato che descrive soprattutto l’ampiezza del riassetto territoriale seguito al cambio di potere: la Russia non ha più la rete di punti d’appoggio che aveva costruito durante il conflitto per sostenere Damasco e le sue forze armate.

Ad agosto, Siria e Russia hanno sottoscritto un memorandum d’intesa sulle due installazioni rimaste. La linea indicata dal presidente è trasformarle in centri congiunti per addestramento e qualificazione dell’esercito siriano, anziché mantenerle come piattaforme in grado di assicurare supporto logistico a operazioni condotte contro Paesi terzi. Se questa impostazione verrà applicata nei fatti, Hmeimim e Tartus conserveranno una rilevanza militare, ma con un perimetro molto più ristretto rispetto al passato.

La distinzione non è puramente lessicale. Una base operativa consente di movimentare personale, mezzi, munizioni e rifornimenti per missioni esterne; un centro addestrativo, almeno sulla carta, è destinato alla preparazione delle forze locali e richiede regole differenti su comando, accesso e attività autorizzate. La questione decisiva sarà quindi il contenuto degli accordi attuativi: chi controllerà le infrastrutture, quali asset russi resteranno sul posto e con quali poteri opereranno i militari di Mosca.

Ankara resta un interlocutore necessario

Al-Sharaa ha riferito anche di una riduzione delle basi turche, senza fornire numeri sulle installazioni chiuse o ancora attive. La presenza di Ankara nel nord e nel nord-ovest della Siria è nata con obiettivi di sicurezza del confine, contrasto alle infiltrazioni di gruppi armati e contenimento delle minacce che la Turchia associa alle milizie curde e ad altre formazioni presenti nell’area.

Il nuovo governo siriano non sembra tuttavia voler impostare il dossier turco come un ultimatum. La priorità dichiarata è attribuire una base giuridica alle strutture che rimarranno, perché ogni presenza straniera sia sottoposta all’approvazione dell’Assemblea del Popolo, il parlamento siriano. Al-Sharaa ha ricordato che le basi turche create durante il precedente regime non avevano ricevuto questo passaggio di legittimazione.

Il ricorso a una procedura parlamentare ha una doppia utilità. Sul piano interno consente alla nuova leadership di presentare l’eventuale permanenza turca come scelta dello Stato siriano e non come una concessione ereditata dalla guerra. Sul piano diplomatico offre ad Ankara una via per mantenere, se necessario, forme di cooperazione o di presenza concordata senza essere identificata formalmente come forza di occupazione. Resta però aperta la questione più difficile: definire cosa sia compatibile con la sovranità rivendicata da Damasco e cosa Ankara consideri indispensabile per la propria sicurezza.

Una normalizzazione che passa dalle infrastrutture militari

La dichiarazione del presidente arriva mentre la Siria cerca di ricostruire rapporti diplomatici e istituzionali dopo anni di frammentazione, conflitto e influenza esterna. Al-Sharaa lega esplicitamente il superamento delle basi straniere alla possibilità di gestire le relazioni con i vicini e con i partner attraverso canali diplomatici fondati sul rispetto reciproco. In altre parole, la permanenza di forze estere viene presentata come una soluzione transitoria legata all’emergenza bellica, non come l’architettura permanente della sicurezza siriana.

Per Damasco, recuperare la capacità di decidere sulle proprie basi è anche un passaggio materiale della ricostruzione dello Stato. Le installazioni militari non sono soltanto luoghi dove sono dislocati soldati: controllano rotte aeree, porti, corridoi terrestri, aree di sorveglianza e flussi logistici. Chi ne stabilisce uso e accesso condiziona direttamente la libertà d’azione delle forze armate siriane e il margine di manovra del governo nei negoziati con vicini e alleati.

Per Mosca, un ridimensionamento definitivo del ruolo di Hmeimim e Tartus segnerebbe una perdita di flessibilità in una regione dove la presenza militare russa è stata per anni uno strumento di influenza politica. Per la Turchia, invece, il confronto ruota principalmente sulla fascia settentrionale e sulla possibilità di non vedere riemergere minacce lungo il confine. I due casi sono quindi diversi, ma convergono nella stessa richiesta siriana: ogni attività straniera dovrà essere ricondotta a un accordo negoziato e riconoscibile dalle istituzioni di Damasco.

I limiti dell’annuncio

La prospettiva delineata dal presidente è ambiziosa e resta priva di alcuni dettagli operativi essenziali. Non sono stati comunicati tempi per il completamento della trasformazione delle basi russe, né criteri pubblici per stabilire quando la Siria potrà fare a meno dell’appoggio militare esterno. Analogamente, non sono note le condizioni che potrebbero regolare le strutture turche ancora presenti, il numero del personale coinvolto o i meccanismi di verifica previsti.

Il passaggio dai principi agli accordi sarà determinante. Un’intesa formale può limitare le attività delle forze straniere e rafforzare il controllo siriano, ma la sua efficacia dipenderà da catene di comando, diritti di accesso, gestione dello spazio aereo e possibilità di impiegare assetti militari fuori dal territorio nazionale. Sono aspetti che raramente vengono risolti nelle dichiarazioni politiche e che richiedono negoziati tecnici complessi.

La Siria entra dunque in una fase in cui le basi non scompaiono necessariamente dalla mappa, ma possono cambiare natura. L’esito più realistico nel breve periodo sembra essere una presenza estera più circoscritta, regolata da nuovi accordi e sottoposta a una maggiore supervisione di Damasco. La promessa di arrivare a una completa assenza di forze militari straniere resta l’obiettivo politico dichiarato; la sua realizzazione dipenderà dalla stabilità interna siriana e dalla disponibilità di Russia e Turchia a ridefinire interessi costruiti nel corso di oltre un decennio di guerra.

Fonti