Tra i cinque progetti selezionati per la nona edizione dell’Incubator di ECAM, la Escuela de Cinematografía y del Audiovisual de la Comunidad de Madrid, c’è The Imaginary Kings (Los Reyes Imaginarios), primo lungometraggio della regista e sceneggiatrice Eire Cid. Il film mette al centro una fascia d’età e un immaginario spesso attraversati dal cinema con codici consolidati — l’adolescenza maschile, il quartiere popolare, la rabbia che diventa linguaggio — ma prova a spostarli sul terreno del lutto, dell’empatia e dell’incapacità di riconoscere la propria vulnerabilità.

Il protagonista è Rude, adolescente tatuato che vive con il padre in un quartiere operaio di Vigo. Dopo la morte improvvisa dell’amico El Rubio, continua a muoversi in un ambiente fatto di musica trap, scommesse, risse, pornografia e popper. L’incontro con Valeria introduce una possibilità di felicità, ma anche una pressione che Rude non sa gestire: per costruire una relazione deve guardare in faccia un dolore che ha finora trasformato in aggressività, isolamento e gesti autodistruttivi.

Cid definisce il progetto irriverente e viscerale, costruito attraverso un’estetica dichiaratamente lontana dal naturalismo. La descrizione visiva — colori fluorescenti, sporcizia, sensualità e una forte influenza della cultura urbana — segnala un’opera che non punta a riprodurre fedelmente il realismo sociale, bensì a restituire il modo in cui il mondo appare a un ragazzo intrappolato tra desiderio di appartenenza e perdita. Il lessico del film, dunque, non dovrebbe limitarsi agli spazi della periferia: il suono, gli oggetti e le pratiche che circondano Rude concorrono a definire uno stato emotivo.

Un passaggio all’empatia, non un racconto di redenzione semplice

La traiettoria narrativa indicata dal progetto non è quella di una crescita lineare. Rude è presentato come sensibile e insieme volatile, violento e fragile; due aspetti che il film intende trattare non come opposti, ma come componenti della stessa identità maschile. Cid ha descritto The Imaginary Kings come un “coming-of-empathy”, cioè un percorso verso la capacità di sentire e comprendere l’altro.

È una scelta rilevante perché la storia evita di prendere il protagonista come una figura esemplare o immediatamente simpatica. La regista ha raccontato di essere arrivata a comprendere, nel lavoro di scrittura, personaggi che in una prima fase guardava con rifiuto da femminista. Questo non implica un’assoluzione dei loro comportamenti; sposta piuttosto l’attenzione sulle strutture emotive e sociali che li producono, senza ridurre la mascolinità tossica a etichetta o a semplice antagonismo.

La produttrice Bea Villar, alla guida di Brava, individua nel pubblico adolescente un interlocutore diretto. Secondo Villar, il film vuole raggiungere giovani le cui esperienze raramente trovano rappresentazione e aprire una conversazione sui modelli pericolosi di virilità che stanno tornando a circolare. L’ambizione industriale e culturale del progetto sta quindi nel tenere insieme un immaginario di forte riconoscibilità generazionale con un discorso più ampio sulle idee di uomo, forza e vulnerabilità.

Vigo come parte della drammaturgia

L’ambientazione non è un dettaglio intercambiabile. Vigo, città portuale nel nord-ovest della Spagna, è prevista come luogo delle riprese e come elemento decisivo del racconto. Il quartiere di Rude è circondato da bar e sale scommesse, mentre sullo sfondo si stagliano le gru del porto. In questa geografia urbana, la vicinanza tra consumo, precarietà e infrastrutture industriali entra nel quadro quotidiano dei personaggi.

Per Villar, Vigo condivide con altre città portuali europee l’eredità di una mascolinità operaia segnata dal declino della cantieristica navale e dalla delocalizzazione. Nel film questa memoria economica dovrebbe funzionare come un peso che attraversa le generazioni: non un contesto decorativo, ma un’eredità che incide sul modo in cui padri e figli immaginano il lavoro, l’autorità e il proprio valore.

È un aspetto che distingue il progetto da molte storie contemporanee sull’adolescenza costruite esclusivamente intorno alla dimensione individuale. Il lutto di Rude e la sua incapacità di affrontarlo restano il motore della vicenda, ma il film li collega a un paesaggio sociale preciso. Le sale scommesse, il porto e la memoria di un’industria in ritirata non sono spiegazioni automatiche della violenza o del disagio; sono le condizioni materiali dentro cui quei sentimenti trovano forma.

Il ruolo dell’Incubator ECAM

L’ingresso nell’Incubator ECAM colloca The Imaginary Kings in uno dei percorsi spagnoli dedicati allo sviluppo di nuovi autori. Il programma della scuola madrilena seleziona cinque progetti e li accompagna nella fase in cui una sceneggiatura deve consolidare identità creativa, produzione e prospettiva di realizzazione. Per un esordio, questo passaggio conta soprattutto perché offre un contesto di confronto professionale prima della chiusura del finanziamento e della preparazione del set.

Il film, peraltro, arriva all’Incubator dopo un percorso già articolato. Ha partecipato alla quarta edizione di Rueda, programma della Film Academy, alla prima iniziativa di incubazione e sviluppo della scuola universitaria d’arte TAI di Madrid, alla Navarra Residency, all’AGAG Mentorship Program for Women Screenwriters e al CREA Conecta Lab. La scrittura è stata seguita, tra gli altri, da Alberto Guntín, Belén Funes, Lola Mayo, Albert Serra e Silvia Herreros de Tejada.

Una traiettoria simile mostra quanto lo sviluppo di un primo film richieda oggi passaggi successivi e reti di sostegno, soprattutto per opere che non nascono da proprietà intellettuali preesistenti né da formati televisivi. I laboratori non garantiscono da soli la produzione, ma possono essere determinanti per affinare la sceneggiatura, rendere più leggibile il posizionamento del film e avvicinare produttori, partner e finanziatori a un progetto ancora in costruzione.

Brava accompagna Cid nella produzione. L’obiettivo dichiarato è girare a Vigo verso la fine del 2027. Non sono stati resi noti cast, budget, partner finanziari o una finestra di distribuzione: elementi che saranno decisivi per capire quale percorso potrà seguire il film una volta uscito dalla fase di incubazione. Per ora, la selezione ECAM offre al progetto una vetrina nel momento in cui deve trasformare un impianto autoriale riconoscibile in un’opera producibile.

The Imaginary Kings si inserisce così in una generazione di cinema spagnolo interessata a raccontare le frizioni sociali senza separarle dalla forma. La sua promessa non risiede soltanto nel tema della mascolinità in crisi, ma nella volontà di trattarlo attraverso un adolescente difficile da decifrare e una città che porta impressi i segni di un cambiamento industriale. Se il progetto manterrà questo equilibrio durante la produzione, il risultato potrebbe evitare tanto la cronaca sociologica quanto l’estetizzazione fine a se stessa, lasciando emergere il rapporto più scomodo tra dolore privato e identità collettiva.

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