Sedici ex giocatori della squadra di hockey su ghiaccio dell’University of Michigan hanno avviato una causa federale contro l’ateneo, sostenendo che per anni il programma abbia tollerato rituali di iniziazione a carattere sessualizzato ai danni delle matricole. Il ricorso, presentato mercoledì a Detroit, chiama in causa non soltanto chi avrebbe materialmente partecipato agli episodi, ma la presunta inerzia di allenatori e personale universitario che, secondo gli ex atleti, ne conoscevano l’esistenza.

I ricorrenti restano anonimi negli atti, identificati come John Does. Hanno frequentato Michigan in un arco temporale compreso tra il 1984 e il 2001 e chiedono un risarcimento economico. La loro ricostruzione descrive una consuetudine radicata nello spogliatoio e nelle feste della squadra, presentata come parte dell’ingresso nel gruppo per i giocatori del primo anno.

Le accuse sono gravi e riguardano atti umilianti compiuti mentre le vittime erano nude, incluse rasature forzate delle parti intime e ulteriori condotte di natura sessuale. Alcuni degli ex giocatori riferiscono anche episodi di violenza fisica. Sono dettagli contenuti in una denuncia civile: non costituiscono, allo stato, accertamenti giudiziari.

Il nodo della conoscenza interna al programma

Il cuore dell’azione legale è la contestazione rivolta alla struttura sportiva dell’università. Secondo i sedici ex giocatori, i rituali non sarebbero stati iniziative isolate di alcuni atleti, ma pratiche note nell’ambiente della squadra. L’atto attribuisce all’allora head coach Red Berenson la consapevolezza di quanto avveniva e sostiene che almeno un giocatore sarebbe stato punito dopo avere manifestato obiezioni.

Berenson è una figura centrale nella storia dell’hockey di Michigan: da allenatore ha conquistato due titoli nazionali negli anni Novanta, dopo una carriera da giocatore nella NHL, ed è rimasto alla guida dei Wolverines fino al ritiro nel 2017. Nella causa viene menzionato anche Mel Pearson, allora assistente di Berenson e in seguito head coach della squadra. I ricorrenti sostengono che Pearson, insieme ad altri dipendenti del team, fosse al corrente degli episodi e invitasse i nuovi arrivati a sopportare il rito.

Berenson ha respinto l’idea che gli allenatori promuovessero o incoraggiassero queste condotte. In dichiarazioni riportate da MLive, ha detto che lo staff era consapevole di una forma di iniziazione organizzata dai senior, ma ha negato di averla sostenuta. Pearson non ha risposto alle richieste di commento rivoltegli da ESPN.

La differenza tra sapere che esistono dinamiche di iniziazione e conoscere, o avere il dovere di prevenire, comportamenti specifici sarà quindi decisiva nel procedimento. È il passaggio che può trasformare un caso imperniato su abusi tra compagni in una contestazione della responsabilità dell’istituzione e di chi gestiva il programma sportivo.

La linea dell’università: politica anti-hazing dal 1982

Michigan ha definito le accuse «disturbing», ma ha contestato la ricostruzione della causa e ha negato ogni responsabilità. Il portavoce Paul Corliss ha sottolineato che l’università dispone di una policy contro il nonnismo dal 1982 e che eventuali condotte scorrette di ex studenti-atleti avrebbero dunque violato le regole dell’ateneo.

Per l’università, inoltre, diversi elementi della denuncia sarebbero fuorvianti, anche perché i fatti denunciati risalgono a oltre un quarto di secolo fa. La policy esistente all’epoca è un elemento rilevante ma non chiude la questione: il confronto legale riguarderà anche il modo in cui quella regola veniva applicata, i canali disponibili per segnalare gli abusi e la risposta degli adulti che operavano attorno alla squadra.

La denuncia sostiene che le pratiche avvenissero sia nello spogliatoio all’inizio della stagione sia in contesti sociali legati al team. Alcuni ex atleti indicano la presenza di figure come equipment manager e trainer in circostanze connesse agli episodi. Anche questi aspetti, se confermati nel processo, sarebbero importanti per valutare quanto il fenomeno fosse visibile all’interno dell’organizzazione.

Nel 2012 Berenson aveva affermato di voler fermare il nonnismo nella squadra, riferendosi allora al trasporto dell’attrezzatura dei giocatori più anziani da parte delle matricole e a capitani che si sarebbero spinti troppo oltre. La causa odierna propone un quadro molto più grave e molto più ampio di quello emerso pubblicamente in quell’occasione.

Una denuncia arrivata dal confronto tra ex compagni

Secondo il ricorso, gli ex giocatori hanno iniziato a parlare delle proprie esperienze nel settembre 2024. Da quei confronti avrebbero compreso che i rituali non erano limitati ai singoli anni di permanenza o a poche persone, ma attraversavano più generazioni della squadra. È un elemento tipico dei casi che emergono a distanza di decenni: chi ha vissuto un abuso può averlo interpretato come un passaggio obbligato, isolato o impossibile da denunciare prima di scoprire esperienze analoghe.

Il procedimento non mette sotto esame le prestazioni sul ghiaccio né l’eredità sportiva del programma, ma il modello di gestione di una delle realtà universitarie più riconoscibili dell’hockey statunitense. Proprio per questo le conseguenze potenziali vanno oltre la quantificazione di un eventuale danno. Un’istruttoria potrebbe ricostruire procedure interne, catene di comando e comportamenti che in un dipartimento sportivo universitario dovrebbero separare la coesione di gruppo dalla coercizione.

Nello sport collegiale, l’idea della tradizione di squadra può spesso offrire una copertura culturale a pratiche che i partecipanti più giovani faticano a rifiutare. Una squadra concentra gerarchie nette: i veterani hanno influenza sui nuovi arrivati, mentre allenatori e personale controllano tempi, spazi e opportunità. Quando il rito è legato all’appartenenza al gruppo, il consenso apparente di una matricola non basta a eliminare il problema della pressione esercitata dall’ambiente.

Il caso Michigan si muove esattamente su questo terreno. I ricorrenti non descrivono un generico clima ostile, bensì una sequenza di presunti comportamenti sessualizzati e degradanti che sarebbe stata normalizzata. L’università replica che quelle condotte, qualora commesse, erano contrarie alle sue norme. Sarà il contenzioso a stabilire se la distanza tra una policy formale e ciò che accadeva nella vita quotidiana della squadra comporti una responsabilità dell’ateneo.

Cosa accade ora

La causa è nella sua fase iniziale e non risulta alcuna decisione sul merito delle accuse. I sedici ex giocatori chiedono danni in sede federale; Michigan ha già annunciato che contesterà la propria responsabilità. Le versioni delle parti sono dunque opposte: da una parte una presunta tolleranza sistemica protratta per decenni, dall’altra l’affermazione che l’università vietasse il nonnismo e non possa rispondere delle condotte imputate ad alcuni ex atleti.

Per Michigan, il dossier arriva in una fase in cui l’attenzione sulle responsabilità delle istituzioni sportive e universitarie è particolarmente alta. La gestione del caso richiederà di bilanciare la difesa giudiziaria con una risposta credibile per la comunità di studenti-atleti, ex giocatori e tifosi. Il primo banco di prova, però, è strettamente processuale: verificare le allegazioni, chiarire chi sapesse cosa e determinare se l’organizzazione avesse strumenti e obblighi che non furono esercitati.

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