Mauricio Pochettino torna sulla Premier League 2016-17, una stagione che il suo Tottenham chiuse al secondo posto dietro al Chelsea di Antonio Conte, e sostiene che quel titolo dovrebbe essere riassegnato agli Spurs. L’allenatore argentino, oggi commissario tecnico degli Stati Uniti, collega la sua richiesta al procedimento che ha portato la Premier League a sanzionare il Chelsea per violazioni storiche delle norme di competizione.

La posizione di Pochettino è netta: se un club ha ammesso infrazioni e ha ricevuto una punizione, secondo lui il risultato sportivo della stagione interessata non può essere considerato del tutto separato dal caso. Nella sua lettura, il Tottenham avrebbe affrontato una rivale che non operava con le stesse condizioni regolamentari, comprese quelle che avrebbero potuto incidere sulla costruzione della rosa. Da qui l’idea di attribuire il campionato alla squadra arrivata seconda.

È una rivendicazione dal peso simbolico forte, anche perché arriva da un tecnico che ha allenato entrambe le società: cinque anni al Tottenham, con la finale di Champions League del 2019 come vertice del percorso, e una stagione sulla panchina del Chelsea nel 2023-24. Ma tra la critica al sistema competitivo e la modifica dell’albo d’oro c’è una distanza sostanziale. Le informazioni disponibili sul provvedimento non indicano infatti alcuna revisione della classifica 2016-17 né un iter avviato per togliere il trofeo al Chelsea.

Il titolo di Conte e il contesto delle contestazioni

Nella stagione 2016-17 il Chelsea vinse la Premier League con sette punti di vantaggio sul Tottenham. La squadra guidata da Conte concluse un’annata di grande continuità, mentre gli Spurs di Pochettino ottennero 86 punti, il loro miglior bottino nell’era Premier League. Quel distacco, peraltro, resta un elemento centrale: il ragionamento dell’argentino non riguarda un episodio arbitrale o una partita da rigiocare, ma l’ipotetico effetto che condizioni economiche e amministrative differenti avrebbero potuto avere molto prima del primo calcio d’inizio.

Il caso emerso negli ultimi mesi riguarda pagamenti non dichiarati effettuati tra il 2011 e il 2018 da terze parti associate al Chelsea verso calciatori, agenti non registrati e altri soggetti. La Premier League ha stabilito che il club non aveva comunicato quelle operazioni come richiesto dalle proprie regole. A marzo il Chelsea è stato multato per 10,75 milioni di sterline e ha ricevuto un blocco immediato di nove mesi per i trasferimenti dell’academy.

Un passaggio è particolarmente rilevante nel dibattito sollevato da Pochettino: secondo la lega inglese, l’inserimento dei pagamenti nelle dichiarazioni storiche non avrebbe comunque generato una violazione delle regole finanziarie. Si tratta dunque di contestazioni sulla trasparenza e sulla corretta comunicazione delle operazioni, non di una conclusione secondo cui il Chelsea avrebbe ottenuto un vantaggio finanziario tale da infrangere i limiti economici vigenti o da alterare direttamente la graduatoria del 2016-17.

Il procedimento è nato dalle informazioni condivise dalla proprietà subentrata nel 2022, il consorzio guidato da Todd Boehly. Parallelamente, il Chelsea deve affrontare anche 74 presunte violazioni contestate dalla Football Association. Sono piani distinti, con organismi e regolamenti differenti, ma insieme restituiscono la portata di un dossier che continua a incidere sulla reputazione del club londinese anche anni dopo i fatti esaminati.

Perché la sanzione non equivale a una classifica riscritta

La richiesta dell’ex allenatore del Tottenham mette in evidenza una delle questioni più delicate del calcio contemporaneo: fino a che punto una punizione amministrativa deve riflettersi sui risultati ottenuti sul campo? In Inghilterra, le deduzioni di punti possono modificare una classifica quando vengono applicate a una stagione in corso o a un campionato ancora soggetto ai meccanismi disciplinari previsti. Riaprire un torneo concluso quasi dieci anni fa, invece, richiederebbe una base regolamentare esplicita e una decisione specifica dell’autorità competente.

Nella vicenda Chelsea non risulta una penalizzazione in punti, né una pronuncia che leghi le violazioni rilevate all’assegnazione del titolo del 2016-17. La multa e il divieto relativo all’academy sono le sanzioni comunicate. Per questo l’uscita di Pochettino va letta come una richiesta politica e sportiva, non come l’anticipazione di un cambiamento già sul tavolo della Premier League.

Lo stesso tecnico fonda il proprio ragionamento sul principio della parità delle condizioni di partenza. Se una società ha potuto agire oltre gli obblighi di disclosure, sostiene, le rivali potrebbero essere state private della possibilità di competere in un quadro equivalente. È un’argomentazione comprensibile sul piano della percezione dell’equità, ma difficile da tradurre automaticamente in una controfattuale sportiva: non è possibile stabilire con certezza quali acquisti avrebbe effettuato il Tottenham, quali risultati avrebbero prodotto e se sarebbero bastati per recuperare sette punti.

È proprio questa distanza fra un comportamento sanzionato e l’effetto dimostrabile sul campo a spiegare perché le autorità sportive adottino raramente misure retroattive così estreme. Cambiare il vincitore di una competizione non coinvolge soltanto due club: modifica premi, statistiche, contratti commerciali, archivi, ricordi dei tifosi e la posizione storica di giocatori e allenatori. Un provvedimento del genere richiede quindi criteri molto chiari, altrimenti ogni inchiesta chiusa anni dopo rischierebbe di aprire un contenzioso senza fine sul passato.

Una ferita ancora aperta per gli Spurs

Per il Tottenham, la stagione 2016-17 rimane una delle più rappresentative dell’ultimo ciclo: una squadra giovane, riconoscibile e capace di tenere un ritmo altissimo, ma senza trasformare quella crescita in un trofeo nazionale. Le parole di Pochettino parlano anche a questa memoria collettiva. Gli Spurs non vincono il campionato inglese dal 1960-61 e il secondo posto dietro al Chelsea resta una delle occasioni più vicine a interrompere quell’attesa nell’era moderna.

La dichiarazione arriva inoltre in una fase di discontinuità per il club. Daniel Levy, che aveva rimosso Pochettino dall’incarico nel novembre 2019, ha lasciato il ruolo di presidente del Tottenham dopo essere stato invitato a farsi da parte dalla famiglia Lewis, azionista di maggioranza, lo scorso settembre. Pochettino ha commentato anche quel passaggio, senza nascondere la propria familiarità con la sensazione di essere sollevato dall’incarico. Tuttavia, il nodo della Premier 2016-17 supera i rapporti personali con la vecchia dirigenza: riguarda il valore che il calcio inglese attribuisce alla certezza dei suoi risultati.

Per il Chelsea, la priorità resta gestire le conseguenze pratiche e istituzionali dei procedimenti aperti, senza che la sanzione già decisa venga trasformata in un verdetto sportivo più ampio di quanto stabilito. Per il Tottenham, invece, le parole del suo ex tecnico non consegnano un trofeo, ma riportano al centro una frustrazione mai del tutto archiviata.

Al momento non c’è alcun elemento concreto che faccia pensare a una riassegnazione del titolo. Il Chelsea resta il campione della Premier League 2016-17 e il Tottenham il secondo classificato. Pochettino ha però indicato un tema destinato a restare nel dibattito: quando le irregolarità emergono a distanza di anni, le sanzioni economiche e amministrative bastano davvero a proteggere la credibilità della competizione?

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