Nel libro di Dr. Seuss, pubblicato negli Stati Uniti nel 1957, tutto comincia con due bambini bloccati in casa in un pomeriggio di pioggia. L’arrivo del Gatto col Cappello sconvolge quella calma forzata con una dose di fantasia, rumore e disordine. Il nuovo film animato Il gatto col cappello, prodotto da Warner Bros. Animation, conserva quell’energia ma sposta il problema di partenza: Gabby e Sebastian non sono più bambini con troppo poco da fare, bensì ragazzi assorbiti da tablet, videogiochi e social.

Per Alessandro Carloni, regista e sceneggiatore del film insieme a Erica Rivinoja, questa non è una semplice correzione contemporanea. È il modo per individuare l’equivalente narrativo della noia di allora. I due fratelli ricevono stimoli continui, ma non stanno davvero condividendo nulla e non trovano interesse nel presente. Il Gatto irrompe quindi per interrompere una forma di isolamento diversa da quella immaginata da Seuss, portandoli fuori dalla passività attraverso l’imprevisto.

Il passaggio è rilevante anche per l’industria dell’animazione, che continua a tornare ai cataloghi letterari più riconoscibili cercando una strada tra fedeltà al marchio e necessità di parlare a un pubblico cambiato. In questo caso, il progetto non punta a ricreare integralmente il breve albo in rima: Carloni definisce il rapporto con l’originale come un’espansione, costruita a partire da ciò che il libro lascia fuori campo. Chi è il Gatto quando non entra in una casa? Da dove arriva? Che cosa accade alle persone che incontra?

Dal salotto di Seuss a una storia più ampia

La struttura del film parte dal nucleo noto e poi lo sviluppa in una vicenda nuova. Gabby e Sebastian sono costretti a trasferirsi a causa del lavoro della madre Carmen; per Gabby, soprattutto, la separazione da luoghi e abitudini conosciuti diventa difficile da gestire. Il Gatto, doppiato nell’edizione italiana da Stefano Fresi, li trascina in un percorso che coinvolge mondi legati ai ricordi e un orologio capace di riportare indietro il tempo. Al loro fianco c’è il pesce Waffle, con la voce italiana di Herbert Ballerina.

Il protagonista non è soltanto un visitatore capace di animare una giornata grigia. Ha un suo mondo d’origine e una posizione da difendere al suo interno, minacciata dalla sua indole indisciplinata e dalla tendenza a provocare guai pur di intrattenere. Questa scelta offre a Warner Bros. un perimetro narrativo ben più esteso rispetto alla situazione essenziale del libro e, potenzialmente, una base su cui far crescere altri personaggi.

Carloni, bolognese formatosi nell’animazione europea e poi trasferitosi in California, porta nel progetto un’esperienza maturata anche in DreamWorks Animation, dove ha codiretto Kung Fu Panda 3. Proprio il lavoro su franchise consolidati gli ha insegnato, ha spiegato, che un seguito non è soltanto una decisione commerciale: può nascere dal desiderio degli spettatori di ritrovare personaggi con cui hanno creato una relazione. Per ora non esistono annunci su sequel o spin-off di Il gatto col cappello, anche se il film dissemina elementi che renderebbero praticabile un ritorno in quell’universo.

Il disastro come parte della crescita

L’idea più precisa emersa dalle parole del regista riguarda il significato attribuito al caos. Nella lettura di Carloni, fare danni e commettere errori non è un comportamento da premiare senza riserve, ma una componente inevitabile dell’infanzia: si cresce provando, fallendo e rimettendo insieme le conseguenze delle proprie azioni. Il Gatto rappresenta esattamente questa licenza immaginativa, un personaggio che crea scompiglio e costringe chi gli sta attorno a uscire dalle regole abituali.

La posizione non è stata inserita nel film aggirando il controllo dei titolari dei diritti. Dr. Seuss Enterprises ha seguito lo sviluppo dell’opera e, secondo Carloni, ha approvato esplicitamente questa interpretazione. È un dettaglio importante perché la gestione dei classici per ragazzi richiede spesso un equilibrio rigido tra innovazione creativa e tutela dell’identità originale. Il catalogo di Seuss è stato già riletto al cinema da produzioni molto diverse, da Il Grinch con Jim Carrey a Ortone e il mondo dei Chi di Blue Sky Studios, fino a Lorax e al più recente Il Grinch animato di Illumination.

Qui Warner sceglie di non trasformare il tema degli schermi in una morale punitiva. Tablet e smartphone non sono il nemico astratto del film; servono a mostrare due ragazzi saturi di contenuti e allo stesso tempo scollegati tra loro. La risposta proposta dal Gatto è il gioco condiviso, con tutte le sue deviazioni e i suoi rischi. È un messaggio che si presta bene al pubblico familiare contemporaneo, ma che resta legato al funzionamento basilare del personaggio: la creatura di Seuss esiste per far saltare l’ordine delle cose.

Un’estetica costruita per separare i mondi

La reinvenzione passa anche dalla forma visiva. Il tratto di Dr. Seuss è immediatamente riconoscibile, ma trasferirlo senza modifiche in un lungometraggio avrebbe limitato una parte essenziale della recitazione animata. Carloni racconta che il team ha rivisto soprattutto gli occhi del Gatto. Nelle illustrazioni originali le pupille sono molto piccole e spesso stilizzate; sullo schermo, quella soluzione non permetteva di sostenere gli scambi di sguardi necessari per dare al protagonista ambiguità, esitazione e partecipazione emotiva.

Il cambiamento non equivale a un abbandono dell’immaginario di Seuss. L’obiettivo è stato selezionare ciò che poteva essere mantenuto e ciò che doveva evolvere in funzione del cinema. Il mondo da cui proviene il Gatto conserva una resa più vicina al disegno 2D tradizionale, fatta di superfici piatte, senza ombre e riflessi realistici. La dimensione quotidiana di Gabby adotta invece una fisicità diversa, modellata dalla sua sensibilità. A queste si aggiunge il territorio dei ricordi, pensato come uno spazio più astratto e nostalgico.

La pluralità degli stili aumenta naturalmente il lavoro di sviluppo e produzione, ma consente al film di usare la grafica come elemento narrativo. Non si tratta soltanto di alternare scenari colorati: ogni ambiente corrisponde a una condizione emotiva o a una diversa posizione del Gatto nella storia. È una direzione che prova a rendere cinematografico un universo nato da tavole illustrate, evitando sia l’imitazione piatta sia un aggiornamento visivo del tutto scollegato dalla fonte.

La scommessa di Warner Bros. Animation è dunque doppia. Da una parte c’è un personaggio già noto, con un patrimonio iconografico che riduce il rischio di riconoscibilità; dall’altra c’è la necessità di costruire un film autonomo per un pubblico che potrebbe non conoscere il testo del 1957. L’espansione della mitologia, l’aggiornamento del conflitto iniziale e la varietà dei mondi rispondono a questa esigenza. Il risultato dipenderà dalla capacità di far convivere la disciplina di una grande proprietà intellettuale con il principio più difficile da addomesticare di Dr. Seuss: la fantasia funziona davvero quando accetta di fare un po’ di disordine.

Fonti