La quinta edizione di To Listen To è entrata nel vivo a Torino con un programma distribuito in più luoghi della città e in calendario fino al 4 ottobre. Il festival, nato nell’ambito della Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio, continua a lavorare su un territorio preciso: quello dell’ascolto elettroacustico, delle installazioni, delle pratiche laboratoriali e delle forme musicali che difficilmente trovano spazio nella programmazione ordinaria di sale da concerto e grandi eventi urbani.

L’apertura ufficiale, mercoledì 23 settembre alle OGR, ha però restituito un segnale meno incoraggiante sul versante della partecipazione. L’installazione scelta per inaugurare la rassegna, Rainforest V di David Tudor, presentata dall’Ensemble Elettroacustico SMET nella sala Duomo, ha registrato una presenza molto limitata. Un esito che non cancella la rilevanza del progetto né riduce il valore storico del compositore statunitense, ma pone una questione concreta per un festival che, dopo cinque edizioni, sta ancora cercando una dimensione stabile nel paesaggio culturale torinese.

Il caso è significativo anche per il luogo che lo ospita. Le OGR sono uno degli spazi più riconoscibili della nuova geografia culturale della città, una sede capace di attirare pubblici diversi grazie a mostre, concerti e produzioni trasversali. Portare qui una pagina della ricerca sonora del Novecento e affidarla a un ensemble legato al Conservatorio rappresenta una scelta coerente con l’identità di To Listen To: non confinare la sperimentazione in un’aula specialistica, ma metterla al centro di uno spazio urbano di grande scala. Se la sala resta quasi vuota, il problema non coincide necessariamente con la proposta artistica; riguarda piuttosto il passaggio, tutt’altro che automatico, tra una programmazione ambiziosa e la sua comprensibilità pubblica.

Un festival che ha costruito una propria identità

Dal 2022 To Listen To ha portato a Torino esperienze raramente disponibili dal vivo nel circuito cittadino. Le precedenti edizioni hanno alternato progetti storici e protagonisti della sperimentazione contemporanea: nel 2023, alle Gallerie d’Italia, fu proposto un concerto dedicato agli intonarumori; nel 2025 il Conservatorio Giuseppe Verdi ha ospitato l’Acousmonium di Parigi. Nel percorso del festival sono passati anche musicisti e artisti come Jérôme Noetinger, Jim O’Rourke ed Eiko Ishibashi.

Questo archivio di esperienze chiarisce il ruolo che la rassegna prova a esercitare. To Listen To non punta alla successione di nomi riconoscibili dal grande pubblico né usa la parola “sperimentale” come semplice etichetta di tendenza. Lavora invece sulla storia e sul presente dell’ascolto, mostrando come la musica possa nascere da oggetti, altoparlanti, ambienti, dispositivi e comportamenti collettivi oltre che da strumenti e palchi nella loro forma più tradizionale.

David Tudor occupa un posto centrale in questa genealogia. Pianista e compositore, fu tra le figure decisive dell’avanguardia americana e sviluppò, soprattutto dalla fine degli anni Sessanta, una pratica elettronica nella quale l’esecuzione diventava progettazione di sistemi, circuiti e relazioni sonore. Rainforest V deriva da quel lavoro: un’installazione in cui oggetti e trasduttori contribuiscono a generare un ambiente sonoro, spostando l’attenzione dalla frontalità del concerto alla permanenza nello spazio e all’esperienza di chi lo attraversa.

È un formato che richiede tempo, disponibilità all’ascolto e una mediazione accurata. Non offre necessariamente un ingresso immediato, soprattutto a chi incontra per la prima volta la musica elettroacustica. Ma proprio per questo la sua presenza in un festival cittadino può essere importante: dà accesso a opere e linguaggi che altrimenti resterebbero patrimonio di percorsi accademici, archivi o circuiti internazionali molto ristretti.

La distanza tra offerta e partecipazione

La risposta debole della serata inaugurale non autorizza a liquidare To Listen To come un progetto fallito. Un singolo appuntamento può risentire di molti fattori: calendario, comunicazione, abitudini del pubblico, concorrenza con altri eventi e natura stessa dell’opera proposta. Tuttavia l’episodio merita attenzione perché si inserisce nella difficoltà, già osservabile nelle precedenti edizioni, di trasformare la curiosità attorno al festival in una partecipazione continuativa e riconoscibile.

Torino possiede una rete di istituzioni musicali, musei, fondazioni, spazi indipendenti e percorsi formativi che renderebbero plausibile una comunità interessata alla ricerca sonora. Ha inoltre una lunga familiarità con la contemporaneità, dalle arti visive alle pratiche audiovisive. Questo non significa che esista automaticamente un pubblico pronto a seguire un’installazione di Tudor o un laboratorio di ascolto. La città culturale è fatta di pubblici plurali, con linguaggi, tempi e canali informativi differenti; costruire il collegamento tra queste comunità è parte essenziale del lavoro curatoriale e organizzativo.

Nel caso di un festival come To Listen To, la comunicazione non può limitarsi alla presentazione di un titolo, di un autore e di una sede prestigiosa. Opere dense di storia e tecnica hanno bisogno di contesto: spiegare che cosa accade nello spazio, come ci si può avvicinare all’esperienza, perché quell’artista è stato scelto e quale relazione esiste con la città. Non come semplificazione didascalica, ma come invito a varcare una soglia che per molti potenziali spettatori resta alta.

Anche la scansione degli eventi incide. Prima dell’avvio ufficiale erano stati annunciati due appuntamenti pubblici tra il 21 e il 22 settembre: la presentazione al Circolo dei Lettori del libro di Marco Moiraghi Ascoltare il XXI secolo e un workshop al PAV con Dario Bruna, Francesca Bruna e la cooperativa CLG Ensemble. Quest’ultimo è stato poi annullato. È un dettaglio circoscritto, ma segnala quanto una rassegna costruita su incontri, pratiche e relazioni debba poter contare su un percorso leggibile fin dalle giornate iniziali.

Una prova per l’ecosistema culturale torinese

La posta in gioco supera quindi l’andamento di una singola serata. I festival specializzati svolgono una funzione che la programmazione generalista difficilmente può assorbire: mantengono visibili discipline, repertori e metodi di lavoro non immediatamente orientati ai grandi numeri. Per una città, questa presenza ha valore se si traduce in continuità, formazione e accesso, non soltanto nell’eccezionalità di un evento.

To Listen To ha dalla sua un’origine istituzionale precisa e una linea curatoriale riconoscibile. Può far dialogare studenti, artisti, compositori, tecnici e ascoltatori, mettendo a frutto il patrimonio del Conservatorio e la varietà degli spazi torinesi. Il limite emerso alle OGR suggerisce però che l’autorevolezza delle sedi e degli ospiti non basti da sola. La sfida è fare in modo che l’ascolto sperimentale non appaia come un appuntamento destinato esclusivamente agli addetti ai lavori.

I prossimi giorni di festival offriranno un riscontro più completo della sua capacità di coinvolgere la città. Sarà utile osservare non soltanto le presenze, ma anche la distribuzione degli appuntamenti, la qualità dell’accoglienza e la capacità di far tornare chi si avvicina per la prima volta a questi linguaggi. Il debutto poco affollato alle OGR non è una sentenza sul progetto; è però un indicatore da non ignorare. Per crescere, una rassegna dedicata all’ascolto deve prima di tutto riuscire a farsi trovare e capire da chi potrebbe scegliere di ascoltare.

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