L’Umbria prova a trasformare una pianificazione territoriale complessa in una leva concreta per il fotovoltaico. Con la delibera n. 1211 del 28 ottobre, la Giunta regionale ha adottato il Piano regionale di individuazione delle zone di accelerazione terrestri per gli impianti a fonti rinnovabili, il Prizat. Il provvedimento passa ora all’Assemblea legislativa regionale per l’approvazione definitiva, ma fissa già l’impostazione con cui la Regione intende recuperare il ritardo verso i traguardi energetici del 2030.

La prima versione del Piano non abbraccia tutte le rinnovabili: riguarda esclusivamente il fotovoltaico. È una scelta che concentra strumenti amministrativi e criteri territoriali sulla tecnologia da cui la Regione si attende il contributo più immediato, rinviando l’individuazione di zone accelerate per altre fonti a successivi aggiornamenti. L’obiettivo è orientare gli impianti verso superfici già artificializzate o segnate da usi produttivi, limitando la pressione sulle aree agricole e sui contesti più sensibili sotto il profilo ambientale e paesaggistico.

Le zone mappate comprendono anzitutto le aree industriali, che rappresentano il contenuto minimo richiesto dalla normativa e coprono circa 5.900 ettari netti. A queste si aggiungono undici cave dismesse, per 39 ettari, il sito di interesse nazionale di Terni-Papigno e le coperture degli edifici, con l’esclusione degli immobili collocati in aree sottoposte a vincolo paesaggistico. Il disegno regionale è quindi basato sul riuso: tetti, capannoni, spazi produttivi e siti degradati vengono considerati i luoghi prioritari per ospitare nuova capacità solare.

Un intervento sul nodo autorizzativo

La rilevanza del Prizat non sta soltanto nella cartografia. Le zone di accelerazione sono pensate per modificare il percorso dei progetti, riducendo alcune delle incertezze che spesso rallentano gli investimenti. Per le iniziative soggette ad autorizzazione unica, la Regione prevede una riduzione di un terzo dei tempi del procedimento. Il parere paesaggistico resta necessario, ma perde carattere vincolante; se non arriva entro la scadenza prevista, l’amministrazione procedente può comunque pronunciarsi sull’istanza.

Il Piano incide anche sui progetti autorizzati attraverso l’AU sotto il profilo delle valutazioni ambientali. Non si applicano le procedure previste dal decreto legislativo 152 del 2006 quando l’intervento recepisce le misure di mitigazione fissate durante la valutazione ambientale strategica del Prizat. La logica è spostare una parte importante dell’analisi a monte: anziché esaminare da zero gli impatti ricorrenti di ogni singolo progetto, il piano stabilisce condizioni e cautele che i proponenti dovranno integrare nella progettazione.

Per gli impianti realizzabili in attività libera o con procedura abilitativa semplificata, il passaggio cambia ancora. Nelle aree individuate non è richiesta l’autorizzazione paesaggistica; l’autorità competente deve tuttavia esprimere un parere obbligatorio e non vincolante entro i termini previsti per il titolo abilitativo. È un equilibrio che tenta di rendere più prevedibili le tempistiche senza eliminare del tutto il controllo sugli interventi.

La velocizzazione dipende dalle misure di tutela

Le semplificazioni non equivalgono a una liberalizzazione indistinta. La valutazione ambientale strategica del Piano si è conclusa con parere favorevole a luglio e ha definito misure di mitigazione ambientale e paesaggistica che diventano la condizione per beneficiare dell’esclusione dalle procedure ambientali previste per i progetti in autorizzazione unica. In altre parole, la corsia più rapida è legata alla capacità di rispettare prescrizioni concepite per ridurre l’impatto degli impianti sul territorio.

Restano inoltre fuori dalla perimetrazione varie categorie di aree: i siti della rete Natura 2000, le aree protette, le zone con elevata pericolosità idraulica o idrogeologica, i boschi e le aree archeologiche. Il Piano esclude così gli ambiti dove la localizzazione di grandi impianti solari potrebbe entrare più facilmente in conflitto con biodiversità, sicurezza del suolo, paesaggio e patrimonio culturale.

Questa impostazione risponde a una delle tensioni più frequenti nella crescita delle rinnovabili italiane. Il Paese deve installare nuova potenza in tempi stretti, ma gli iter autorizzativi e le controversie sulle localizzazioni hanno reso difficile trasformare gli obiettivi in cantieri. Concentrarsi su superfici già edificate o produttive può ridurre il consumo di suolo e l’opposizione a impianti collocati in contesti rurali di pregio. Al tempo stesso, la disponibilità concreta di connessioni alla rete, la frammentazione delle proprietà e la fattibilità economica dei singoli siti resteranno elementi decisivi.

Il divario con gli obiettivi al 2030

La pressione sui tempi deriva dai numeri assegnati all’Umbria nel quadro del Piano nazionale integrato energia e clima. Entro il 2030 la Regione deve aggiungere almeno 1.756 MW di potenza rinnovabile rispetto al 2020. Al 31 agosto risultavano installati 346 MW, meno di un quinto del percorso richiesto. Il margine da colmare è dunque di circa 1.410 MW, una distanza che rende insufficiente procedere soltanto con interventi sporadici e rende centrale il tema della localizzazione.

Le stime regionali indicano che la nuova capacità mancante potrebbe essere suddivisa in parti uguali tra impianti a terra e installazioni su copertura. Per raggiungere il risultato, il Piano valuta un’occupazione complessiva di circa 1.750 ettari. È un dato che chiarisce perché l’attenzione a tetti, poli industriali e cave non sia un dettaglio paesaggistico: la scelta delle superfici condizionerà l’accettabilità della transizione, le opere necessarie per collegare gli impianti alla rete e il rapporto tra produzione elettrica, attività produttive e territorio.

Il fotovoltaico sui tetti può avvicinare generazione e consumi, soprattutto nei distretti industriali, e offre alle imprese una possibile copertura parziale contro la volatilità dei costi dell’energia. Gli impianti a terra, invece, mantengono un ruolo rilevante per scala e velocità di realizzazione. Il Prizat cerca di far convivere i due percorsi, senza indicare il fotovoltaico come soluzione unica al fabbisogno regionale e senza estendere per ora il meccanismo ad altre tecnologie rinnovabili.

Una mappa utile, non un automatismo

La cartografia è disponibile sulla piattaforma UmbriaGeo, ma ha un valore ricognitivo. Essere visibili sulla mappa non garantisce automaticamente che un sito possieda tutti i requisiti per accedere al regime accelerato. I proponenti dovranno svolgere verifiche puntuali, progetto per progetto, per accertare che l’area rientri effettivamente nella zona di accelerazione e che non ricadano vincoli o condizioni incompatibili.

È un passaggio rilevante anche per operatori, proprietari di immobili e amministrazioni locali. Le mappe possono aiutare a selezionare prima i siti e a evitare proposte destinate a scontrarsi con esclusioni già note, ma non sostituiscono la due diligence tecnica, urbanistica, ambientale e di connessione. La qualità dell’attuazione dipenderà quindi dalla precisione dei dati territoriali, dalla coerenza delle istruttorie e dalla capacità delle amministrazioni di applicare criteri omogenei.

Con l’adozione del Prizat, l’Umbria dispone di una cornice più definita per indirizzare lo sviluppo solare dove l’impatto potenziale appare più gestibile. La fase politica non è chiusa, perché il testo deve passare dal Consiglio regionale, e quella operativa richiederà verifiche caso per caso. Ma il segnale per il mercato è chiaro: per colmare il divario con il 2030 la Regione punta meno sull’espansione indiscriminata e più sulla riconversione delle superfici già trasformate dall’attività umana, associando la semplificazione autorizzativa a misure ambientali predefinite.

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