Il rumore arriva prima dell’immagine. Up Again, documentario ceco presentato in anteprima mondiale al Ji.hlava International Documentary Film Festival, si apre nel buio con le lame che incidono il ghiaccio ad alta velocità. È una scelta che definisce subito lo sguardo della regista Eliška Cílková Andršová: raccontare il pattinaggio artistico non dalla tribuna e nemmeno soltanto attraverso i risultati agonistici, ma dal punto di vista fisico e sonoro di chi vive dentro una disciplina che assorbe tempi, spazi e relazioni.
Al centro del film c’è Barbora Vránková, giovane campionessa ceca di pattinaggio artistico. La macchina da presa la segue per tre anni, dai 15 ai 18, mentre il suo percorso prende una dimensione sempre più internazionale: prima l’esperienza presso un centro di allenamento a Egna, in Italia, poi il periodo negli Stati Uniti. La traiettoria sportiva è quella dell’ascesa di un talento, ma il documentario guarda anche al costo quotidiano di quell’ascesa, per la ragazza e per la sua famiglia.
La forza del progetto sta nella materia concreta che decide di mettere in scena. Le lezioni scolastiche si svolgono online, le giornate comprendono fisioterapia e allenamenti regolati da una disciplina severa, mentre la vita ordinaria deve trovare spazio attorno alle esigenze dell’attività agonistica. Un salto triplo dura pochi secondi, osserva la regista, ma contiene anni di preparazione fisica e solitudine mentale. È in questo scarto tra la brevità dell’esecuzione e la durata del lavoro invisibile che Up Again trova il proprio tema.
Un accesso conquistato sul ghiaccio
Cílková Andršová non arriva al soggetto come un’osservatrice estranea a quell’ambiente. In passato ha gareggiato nel pattinaggio artistico e questa esperienza le ha dato familiarità con il linguaggio tecnico della disciplina e con il suo sistema di punteggio. L’incontro con Vránková è avvenuto proprio sulla pista, quando l’atleta era campionessa nazionale ceca in carica. Da quella conoscenza è nato un rapporto graduale con la pattinatrice e con i suoi familiari, fino a ottenere la fiducia necessaria per filmare tanto il percorso sportivo quanto gli aspetti più ordinari della loro vita.
Quel rapporto è decisivo anche per ragioni pratiche. Il pattinaggio d’élite è un ambiente poco permeabile alle presenze esterne e il centro internazionale di Egna, dove sono iniziate le riprese, applica regole particolarmente restrittive: in alcune occasioni neppure i genitori possono assistere agli allenamenti. Entrare con una troupe, e soprattutto mantenere una presenza abbastanza discreta da non alterare i comportamenti, ha richiesto quindi un equilibrio delicato.
La protagonista attraversa inoltre un’età in cui il confine tra identità personale e identità agonistica è ancora in formazione. Seguirla tra i 15 e i 18 anni significa registrare un passaggio che non coincide soltanto con l’aumento della difficoltà tecnica. Le aspettative si alzano, le trasferte allontanano da casa e l’intera organizzazione familiare deve adattarsi a un progetto sportivo sempre più esigente. Il film sceglie di non ridurre questo processo alla narrazione lineare del successo, lasciando emergere invece la pressione che sostiene ogni avanzamento.
La pista come dispositivo cinematografico
Le immagini sul ghiaccio sono uno degli elementi più impegnativi della lavorazione. La regista descrive condizioni tecniche estremamente difficili: riprendere una pattinatrice in movimento, lungo traiettorie veloci e curve, obbliga a far convivere precisione, sicurezza e vicinanza. Nel film la cinepresa accompagna Vránková nei passaggi sulla pista, cercando una fisicità che restituisca l’accelerazione e l’instabilità propria dell’esercizio, anziché limitarsi a documentarlo da una posizione fissa.
Questo lavoro formale non è separato dal racconto. Nel pattinaggio artistico il gesto viene valutato in modo minuzioso e un’esibizione deve apparire fluida anche quando nasce da un addestramento estremamente controllato. Scegliere inquadrature ravvicinate e mobili permette a Up Again di avvicinarsi a quella tensione: la grazia richiesta dalla performance convive con lo sforzo, la ripetizione e il rischio di sbagliare.
Il suono ha un ruolo altrettanto strutturale. Lo sfregamento delle lame ritorna nel film come un motivo ricorrente, perché, secondo Cílková Andršová, Vránková resta mentalmente sulla pista anche quando si trova altrove. Ai rumori del ghiaccio si uniscono le sonorità ambientali, senza essere trattate come semplice accompagnamento. Per la regista, il suono è una strada per affrontare i nodi della performance, delle aspettative e della ricerca di una collocazione personale in un mondo che misura costantemente le persone attraverso i risultati.
È una sensibilità già presente nel precedente documentario della cineasta, Pripyat Piano, dedicato al paesaggio acustico rimasto attorno ai pianoforti nelle abitazioni abbandonate della zona di esclusione di Chernobyl. In Up Again quel metodo viene trasferito in un contesto molto diverso e più intimo: non un luogo svuotato dagli abitanti, ma un corpo giovane costantemente chiamato a rispondere a standard esterni.
Il documentario sportivo oltre il podio
L’interesse di Up Again per il settore audiovisivo risiede anche nella sua distanza dai modelli più frequenti del racconto sportivo. Non ci sono, nei materiali emersi dal festival, indicazioni di una costruzione basata sulla celebrazione del traguardo o sulla sequenza di vittorie. Il nucleo del film è piuttosto il processo: cosa si perde, cosa si negozia e cosa resta fuori campo quando una ragazza prova a trasformare una vocazione in una carriera internazionale.
La durata delle riprese, tre anni, consente alla regista di non forzare una lettura immediata della protagonista. L’accesso alla famiglia e la continuità dell’osservazione producono un racconto che può tenere insieme gli allenamenti, i trasferimenti e i momenti domestici. Per il cinema documentario, dove l’accesso è spesso la condizione che determina profondità e credibilità di uno sguardo, è un dato rilevante: la vicinanza non viene ottenuta con una singola intervista, ma costruita nel tempo.
Il debutto a Ji.hlava colloca il film in uno dei contesti europei più attenti alle forme del documentario d’autore. Per ora, l’anteprima mondiale rappresenta il primo passaggio pubblico di Up Again; dalle informazioni disponibili non emergono dettagli su distribuzione, uscita in sala o disponibilità sulle piattaforme. La presentazione al festival servirà dunque anche a misurare la ricezione di un’opera che usa la storia di una promessa del pattinaggio per interrogare il rapporto tra eccellenza, adolescenza e sguardo della macchina da presa.
La scelta di aprire con il buio e con il suono delle lame sintetizza l’approccio del film. Prima della figura perfetta, prima del punteggio e prima dell’eventuale medaglia, c’è un corpo che attraversa il ghiaccio. Up Again parte da lì per rendere visibile ciò che, nelle immagini patinate della competizione, rischia di rimanere nascosto.




