Il Singapore International Film Festival ha premiato Ah Girl come miglior film dell’Asian Feature Film Competition ai Silver Screen Awards, consegnando al primo lungometraggio della regista singaporeana Ang Geck Geck Priscilla il riconoscimento centrale della selezione. È un risultato che porta in primo piano un’opera nata dentro lo stesso ecosistema di sviluppo del festival: il progetto era infatti passato dal Southeast Asian Film Lab del SGIFF nel 2015, molto prima di arrivare al pubblico e al circuito internazionale.
Ambientato nella Singapore degli anni Novanta, Ah Girl segue una bambina di sette anni alle prese con la separazione dei genitori. La prospettiva infantile e una storia familiare collocata in un preciso contesto urbano e temporale definiscono il perimetro del film, che aveva già ricevuto lo Youth Jury Award all’International Film Festival Rotterdam. Il premio di Singapore chiude quindi un passaggio particolarmente significativo per l’esordio di Ang: non soltanto il riconoscimento di un festival internazionale, ma quello ottenuto nella città e nel sistema produttivo da cui il progetto era partito.
Un premio che misura il lavoro svolto prima delle riprese
Per i festival, i laboratori di sceneggiatura e sviluppo non sono attività accessorie rispetto alla programmazione. Sono luoghi in cui progetti ancora fragili trovano tutoraggio, interlocutori produttivi e occasioni di confronto; solo una parte di quei titoli riuscirà poi a diventare un lungometraggio completato. Nel caso di Ah Girl, la distanza di undici anni fra il Southeast Asian Film Lab e il premio principale mostra quanto siano lunghi e discontinui i tempi dell’audiovisivo indipendente, soprattutto per un’opera prima.
Il SGIFF vede così premiato un film che ha contribuito a far crescere nel proprio perimetro. È una dinamica rilevante per un festival che lavora sul cinema asiatico e del Sud-est asiatico: la reputazione non si costruisce esclusivamente attraverso le anteprime o gli ospiti internazionali, ma anche nella capacità di accompagnare talenti e progetti fino alla loro circolazione. Ang, formatasi anche alla Busan Asian Film Academy, aveva già ottenuto un riconoscimento locale nel 2012: il suo cortometraggio Broken Crayon aveva vinto il premio per il miglior corto ai Singapore Short Film Awards.
Il successo di Ah Girl offre dunque un caso concreto di continuità tra cortometraggi, programmi formativi, sviluppo e debutto nel lungo. Non garantisce automaticamente distribuzione estesa o ritorni economici: un premio festivaliero non sostituisce un accordo con un distributore. Ma aumenta la visibilità del titolo e della sua autrice, due elementi decisivi nella fase in cui un film indipendente deve trovare nuovi territori, interlocutori per la vendita internazionale e spazio nelle programmazioni successive.
Shahrbanoo Sadat premiata per «No Good Men»
Il premio alla miglior regia è andato alla cineasta afghana Shahrbanoo Sadat per No Good Men, dramma presentato in apertura alla Berlinale. Il film si svolge a Kabul nell’imminenza del ritorno al potere dei talebani e racconta la condizione di una camerawoman, per la quale il lavoro, gli affetti e la libertà personale entrano rapidamente in una zona di incertezza. Sadat vive in Germania dal 2021 e aveva già firmato Wolf and Sheep, presentato a Cannes nel 2016, e The Orphanage nel 2019.
Il riconoscimento di Singapore arriva a stretto giro da un altro premio per lo stesso film: il 30 ottobre No Good Men ha ricevuto il Jury Grand Prize agli Asia Pacific Screen Awards. Le due affermazioni, in manifestazioni con identità e giurie differenti, consolidano il percorso di un’opera che ha già iniziato la sua vita nei grandi festival. Per Sadat si tratta anche di una conferma autoriale in una fase in cui le storie legate all’Afghanistan contemporaneo trovano spazio internazionale senza perdere la loro dimensione individuale e professionale.
La giuria del SGIFF ha assegnato ex aequo il premio alla miglior interpretazione. Pushpa Thing Lama è stata riconosciuta per Elephants in the Fog, film incentrato su una persona della comunità Kinnar del Nepal alla ricerca della figlia scomparsa; Putri Marino ha invece vinto per Four Seasons in Java, racconto dai tratti di realismo magico su una donna che torna nella città d’origine dopo vent’anni di carcere. Il premio speciale della giuria è andato al giapponese Nagahisa Makoto per Burn, secondo lungometraggio del regista e titolo passato dal Sundance Film Festival.
Nel loro insieme, i premi delineano una competizione costruita attorno a cinematografie e autori provenienti da aree diverse dell’Asia, con opere che affrontano separazioni familiari, identità di genere, reclusione, memoria e libertà. L’elemento comune non è un unico modello industriale: sono piuttosto film che trovano nei festival un primo spazio di legittimazione, prima ancora che nel mercato commerciale tradizionale.
Corti, animazione e il ruolo del pubblico locale
La sezione dedicata ai cortometraggi del Sud-est asiatico ha premiato Golden Island dell’artista e regista di Yogyakarta Arief Budiman. Il film segue un videomaker di Java e un altro della Papua impegnati nella realizzazione condivisa di un’opera sulla Papua. Il premio alla regia è stato attribuito al thailandese Ratchapoom Boonbunchachoke per The Bovine Comedy, ambientato in un 2036 nel quale le mucche sono quasi scomparse. Il regista aveva già ottenuto attenzione a Cannes nel 2025 con il suo esordio A Useful Ghost, vincitore del Critics’ Week Grand Prize.
Il premio speciale della giuria per i corti è andato a Berthold Wahjudi per ‘Vaterland’ or A Bule Named Yanto, mentre Sarah Lingam ha ricevuto il riconoscimento per la miglior interpretazione con Flame of the Forest. Sul fronte nazionale, il miglior cortometraggio singaporeano è Singapore God, firmato dall’animatore sperimentale Exyl. La scelta è indicativa della varietà di formati che il festival considera parte della propria scena: non solo finzione dal vivo e opere narrative, ma anche animazione e sperimentazione.
Il pubblico ha invece scelto il Singapore Panorama Programme 2, intitolato Second Life, Second Skin, un programma composto da cinque corti: Kiss Me Climax di Shara Tay, Subterranea di Ash Goh Hua, Reanimator di Syahmi Iman, Orang Minyak di Leon Cheo e Encik di Ewan Leong. Il premio del pubblico non va a un singolo titolo ma a una programmazione collettiva, segnalando il valore della curatela e dell’offerta locale nel rapporto con gli spettatori della manifestazione.
Il passaggio successivo per «Ah Girl»
Il Silver Screen Award non risolve da solo la questione della distribuzione, che resta uno snodo distinto e spesso difficile per il cinema d’autore asiatico. Tuttavia, per Ah Girl aggiunge un riconoscimento di peso a un percorso già passato da Rotterdam e lega il nome di Ang Geck Geck Priscilla a due istituzioni influenti nella formazione professionale regionale, SGIFF e Busan Asian Film Academy. Per programmatori, sales agent e potenziali distributori, questo tipo di continuità è un segnale utile: il film non arriva dal nulla, ma da una traiettoria di sviluppo riconoscibile.
La vittoria ha inoltre un valore simbolico per Singapore. In un settore nel quale le produzioni locali si confrontano con mercati linguistici e industriali molto più grandi, un premio assegnato a un esordio radicato nella storia sociale della città dimostra la funzione che i circuiti festivalieri possono svolgere nel rendere esportabili racconti specifici. Il prossimo banco di prova sarà trasformare l’attenzione critica in nuove occasioni di visione, senza ridurre Ah Girl a un successo da palmarès.




